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Il duro amico della libertà/2

8 luglio 2013
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work-the-freedom-to-choose-by-holzer-jenny-mask9  Se la borghese illuminata Finocchiaro è la dura del Pd, il borghese arruffato Civati non può che essere il duro. Perché dietro quell’aria gentile, il linguaggio misurato e giovanile, la buone cause per cui è solito spendersi, sta un politico che si ritiene dica cose scomode, prenda posizioni forti e nette in contrasto con un partito la cui dirigenza è per lo più afasica. E allora ecco Civati che, in contrasto coi maggiorenti, partecipa alle prima Leopolda di Renzi; e poi lo stesso Pippo che – scavalcata la rottamazione – polemizza con Renzi ma anche con la vecchia classe dirigente. E poi Civati che, praticamente solo, non vota la fiducia al governo di coalizione Pd-Pdl-Scelta Civica. Ed è ancora lui, il nostro paladino delle cause giuste e autenticamente di sinistra, che alza la voce (con garbo) per contrastare l’acquisto dei famigerati F35, interpretando la voce del popolo democratico.

Civati, nei giorni scorsi, ha organizzato un raduno (sono stato redarguito da uno dei suoi militanti per aver usato un termine così poco appropriato) in quel di Reggio Emilia – terra rossa per eccellenza ma anche simbolo della buona amministrazione progressista – per lanciare la sua solitaria candidatura alla segreteria del Partito democratico. Ha chiamato l’evento W la libertà e ha radunato tutto un bell’esercito di sedicenti cani sciolti, la “base” di Occupy Pd e i parlamentari di frontiera (Mattiello, Ricchiuti), qualche guru della comunicazione e lo scrittore Paolo Nori (l’intellettuale letterato non manca mai). E poi ha fatto un bel discorsetto finale che, per carità, di sinistra era di sinistra, comunicativo era comunicativo, duro e forte poteva anche sembrarlo. A me, francamente, ha innervosito fin dall’incipit, quando il bel Pippo ha invocato un governo del cambiamento, che non si è voluto fare per i tentennamenti del Pd e per il rifiuto di Beppe Grillo. Non per peccare di realismo, ma quel governo non si è voluto fare perché non si poteva fare. Fine del discorso. Il resto del comizio civatiano è un po’ l’abc di quel che per lui la sinistra dovrebbe fare: lottare contro la criminalità organizzata, difendere ambiente e lavoro, promuovere i diritti civili, sostenere l’eguaglianza, affermare il merito.

Epperò, far politica non significa stilare libri dei sogni (sogni banalotti, per giunta), ma dovrebbe spiegare in quale modo s’intende far diventare quei sogni una realtà. Se no, non restano che parole in libertà. Pensavo a Civati e al suo raduno W la libertà qualche giorno fa leggendo un passo di Federico Chabod a proposito dei mazziniani: “Uomini in cui il culto della libertà era veramente, profondamente religione. Ma uomini, anche, in cui la libertà si riassumeva nei suoi aspetti morali e giuridici, senza che si scendesse molto a vedere quali basi di fatto occorressero perché la libertà di pensare e di agire potesse veramente essere di tutti e per tutti. Sacra la libertà della personalità umana: ma come assicurare le condizioni perché tutti potessero, sul serio, divenire personalità, questo rimaneva ancora sovente oscuro”.

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