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ma sì, toglieteci anche la fiera, e poi lasciateci morire in pace

6 dicembre 2012
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Genoa_Palasport_ceilingC’è stato un tempo in cui si credeva davvero allo sviluppo della città. Quando, alla fine degli anni Cinquanta, un gigantesco riempimento a mare fu destinato ad ospitare il nuovo quartiere fieristico di Genova, dotandolo di un moderno palasport e di un accesso a mare, si pensava che anche la Superba potesse dar vita a quelle grandi manifestazioni commerciali che accompagnavano l’impetuoso boom economico italiano. E che, con la sua fiera, potesse rivaleggiare con le altre grandi città del nord già in possesso di simili aree espositive.

E’ di questi giorni la notizia che Riccardo Garrone, proprietario della Sampdoria, da anni alla ricerca di un’area adatta ad ospitare lo stadio della sua squadra, abbia avanzato la proposta di realizzare il nuovo, mastodontico impianto sportivo nel quartiere fieristico, dove oggi sorge il cadente e sottutilizzato palazzetto dello sport. L’opinione pubblica cittadina si è come di consueto divisa tra il partito dei pro-stadio, animato dai soliti entusiasti di tutto ciò che profuma di nuovo, di tutto ciò che potrebbe portare lavoro e il partito degli anti-stadio, formato dai soliti conservatori a priori (che in città non scarseggiano di certo), da chi è preoccupato per la mobilità dell’aerea e da chi vorrebbe salvare il palasport, opera di una prestigiosa equipe di ingegneri e architetti, tra le più grandi ed antiche tensostrutture d’Europa.

Come sempre, il partito meno frequentato è quello dell’analisi e del ragionamento. Non che i paladini del nuovo e i sostenitori del vecchio non abbiano, entrambi, le loro ragioni. E’ vero che Genova potrebbe aver bisogno di un nuovo stadio, è vero che la sua costruzione in un’area semi-centrale (e urbanisticamente non troppo fortunata) potrebbe essere preferibile ad un suo confinamento nell’estrema periferia cittadina; non è men vero che il palazzetto dello sport, seppur mal preso (ma perfettamente recuperabile), è divenuto ormai un simbolo architettonico della città; ed è certo vero che uno stadio, in un’area già densamente trafficata, qualche problema di congestione potrebbe causarlo.

E tuttavia, mi pare che nel dibattito ci si sia dimenticati di un elemento non del tutto secondario: la fiera di Genova non fu concepita per occupare uno spazio vuoto, fu pensata per ospitare manifestazioni che contribuissero allo sviluppo e alla ricchezza della città. Smantellare una parte di quell’area espositiva (il palazzo dello sport, altrimenti detto padiglione s, un paio di altre strutture che significano complessivamente qualche decina di migliaia di metri) corrisponderebbe a ridimensionare notevolmente la fiera, a farne un quartiere sempre più ridotto, destinato ad ospitare manifestazioni da provincia ed esposizioni di terz’ordine.

Non è forse vero che la costruzione di un nuovo stadio alla fiera significherebbe compromettere definitivamente la vocazione commerciale ed espositiva della città? Genova è pronta a rinunciare – dopo il petrolio, le assicurazioni, la chimica, l’industria saccarifera, dopo mille altre cose – anche alla sua fiera? Non traggano in inganno le dichiarazioni di Sara Armella, presidente dell’Ente Fiera (quella che, dopo una disastrosa edizione dell’ultimo Salone Nautico – frequentata dal 22% in meno di visitatori – ha dichiarato che non si era certo trattato di un flop), da subito entusiasta per il progetto di nuovo stadio: d’altra parte la cessione di una porzione consistente dell’area fieristica permetterebbe forse di far dimenticare la drammatica insipienza gestionale degli amministratori dell’Ente Fiera, i quali, negli anni, si son fatti soffiar via gran parte delle più importanti manifestazioni espositive una volta ospitate a Genova, hanno prodotto debiti e sono riusciti persino a compromettere il fiore all’occhiello della fiera di Genova, quel Salone nautico (tra i primi al mondo) forse destinato a trovar sede altrove. Il nuovo stadio farebbe comodo a molti: in primis, ad un Ente Fiera che cederebbe così una parte dello spazio espositivo; che – abbattendolo – non dovrebbe perciò recuperare il fascinoso e fatiscente palazzetto dello sport; che, nella piccola area espositiva rimasta, potrebbe ospitare quelle fiere di provincia di facile realizzazione, venendo così meno al proprio compito di concepire nuove manifestazioni fieristiche, di attirare nuovi espositori, di darsi da fare con gli investimenti. Il nuovo stadio farebbe poi comodo al Sindaco, desideroso di lasciare un segno tangibile del suo passaggio su questa terra; alle amministrazioni locali (Comune, Regione, Provincia) che dell’Ente Fiera sono azionisti; alla Sampdoria; ai soliti entusiasti delle novità. Ma chi ci perderebbe, nel consueto sonno dell’opinione pubblica cittadina, sarebbe Genova, che si vedrebbe sfilar via l’ennesima attività commerciale, uno degli ultimi segni rimasti di quel passato in cui ancora si immaginava lo sviluppo futuro della città. 

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5 commenti leave one →
  1. 7 dicembre 2012 17:23

    Caro mio, io ti voglio tanto bene – o ne voglio alla tua intelligenza, che è più o meno la stessa cosa – e fosse un appello lascerei la mia firma. E non per l’affetto di cui sopra ma per l’amore che esprimi per la tua città e per una idea di futuro ‘bold’ per essa e più in generale l’Italia e l’Europa.

    Però, francamente, mi pare che sia troppo pretendere. Passi il ceto politico, che dipingi bene e sulla quale in massima parte concordiamo, ma pensa solo cosa significherebbe ad esempio privatizzare la Fiera – e le altre municipalizzate – se non fossero imprenditori stranieri a rilevarle.
    Stranieri, non italiani; imprenditori, non fondi d’investimento.

    Sui fondi ho poco da dire: sono la causa della decadenza e chiusura di tanti marchi europei. Del saccheggio della tecnologia e della fuga in patria della stessa. Amen, è segno dei tempi: non abbiamo più proletari con famiglie numerose e far la guerra al mondo costa troppo. Rimpiangerò stasera la fine dell’era vittoriana, cercando qualcosa da bere per brindare al perduto futuro.
    Ma l’imprenditoria italiana è come e peggio il nostro ceto politico. Anzi, lo ha sostenuto, lo sostiene e ne dimostra l’inaffidabilità ce ne fosse ancora bisogno.

    Sono gli unici capitalisti al mondo che comprano aziende senza capitale: Alfa Romeo, Telecom, etc. Che se vanno in crisi rifinanziano la ditta con denaro pubblico. Che odiano il mercato e la concorrenza perché, poveretti, sono imprenditori solamente in regime di monopolio assistito. Banditi da crony capitalism.

    È il Paese a togliermi ogni speranza *per* il Paese. E, sì, ovviamente ci sono eccezioni e sono eccezioni nobili e ispiratrici. Tutte PMI e liberi professionisti, e forse non è un caso.

    • 16 dicembre 2012 17:12

      per quel poco che possa valere, caro Sejo, un estratto del mio post sulla Fiera di Genova è stato pubblicato sul Secolo XIX. Se non altro, cerco di metterci la faccia…

  2. 19 dicembre 2012 23:56

    P.S. – ho pensato ti potesse interessare questo. Chi scrive è un giornalista ed ex militante verde.
    http://ilsub.wordpress.com/2012/12/19/la-fine-dei-verdi-era-quella-la-profezia-dei-maya/

    • 21 dicembre 2012 00:35

      Grazie Sejo, ho letto e più tardi commenterò anche. E’ da un po’ che vorrei parlare, anch’io, dell’irrilevanza dei Verdi in Italia. E’ un tema che un tempo mi sarebbe stato a cuore e a cui invece, oggi, guardo con non poco distacco.

      Grazie per i rallegramenti ma il mio pezzo sulla Fiera di Genova non ha sortito alcun effetto: né una lettera di protesta, né un incoraggiamento, né, una denuncia. Encefalogramma piatto. Siamo a Zena…

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