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Il compagno Obama e le Primarie del centrosinistra

25 novembre 2012
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Anni fa mi capitava di acquistare abbastanza frequentemente Diorama, la rivista diretta da Marco Tarchi, colui che era stato il più brillante esponente italiano della nouvelle droite. Il periodico – raffinato, intelligente, anticonformista – era votato, tra l’altro, alla denuncia della sistematica americanizzazione del mondo. E lo faceva con rigore e integrità, mettendo a nudo contraddizioni e cedimenti di chi, ad esempio, detestava il sistema economico a stelle e strisce o guardava con orrore alla vita politica di Washington, e, al contempo, non si perdeva l’uscita di una pellicola americana, preferiva i jeans e lo stile comodo all’eleganza poco confortevole di matrice europea, adorava il rock e le culture alternative. Tra i principali bersagli di Diorama, quella Sinistra radicale radunata attorno al Manifesto che non perdeva occasione di scagliarsi contro i Reagan, i Bush, i Kissinger, la finanza di Wall Street e lo spirito capitalistico della frontiera, salvo poi andare in estasi per la Apple di Steve Jobs, per l’etica liberal di San Francisco e Seattle, per le filosofie orientali in salsa californiana, per le serie tv d’importazione. Non senza ragione, Tarchi e i suoi intendevano rilevare come il trionfo dei valori contro culturali, la rilassatezza dei costumi, la spettacolarizzazione del cinema e del sistema informativo fossero il prodotto di quella stessa etica liberal-capitalistica statunitense che rendeva possibile l’onnipotenza delle corporations e che segnava una vita politica così distante da quella iper-ideologizzata di stampo europeo e l’affermazione di uno Stato forte in materia militare ma debole o indifferente quando si trattava di Welfare e politica economica.

Le Primarie del centro-sinistra mi hanno riportato alla mente l’intuizione di Tarchi. La rielezione del presidente Obama ha ben dimostrato com’egli sia un’icona della Sinistra internazionale e ancor più di quella italiana, culturalmente provinciale e tendenzialmente succube dei modelli stranieri (come provinciale e superficialmente esterofilo è il nostro paese per intero, s’intende). Barack non rappresenta la stella polare solo per quel Renzi che si fa vedere ovunque con l’iphone dei democrats americani, ma è anche punto di riferimento per Vendola e, soprattutto, lo è per quel popolo della Sinistra mobilitatasi per il governatore della Puglia e per il segretario del Pd Bersani. Tuttavia, se Obama concorresse alle primarie del centro-sinistra italiano, non lo farebbe certo in nome dei valori (confusi) di Stefano Fassina o delle narrazioni melò-radicali di Sel: un Barack italiano sarebbe probabilmente più a destra di Renzi o, comunque, non più a sinistra di lui. E se la cena del sindaco di Firenze con gli uomini dell’alta finanza italiana ha scandalizzato gli spiriti puri dei nostri progressisti, perché non dovrebbe scandalizzarli il fatto che Obama scelse uomini di Wall Street a guidare le politiche economiche a stelle strisce? E per quale ragione il mediatico, telegenico e carismatico presidente americano dovrebbe intenerire laddove il mediatico telegenico e carismatico Renzi viene da noi immediatamente paragonato a Berlusconi solo perché in grado di bucare lo schermo? E se di Renzi si enfatizza il ruolo giocato da Giorgio Gori quale spin-doctor della campagna per le Primarie, che dire allora di Obama che ha alle spalle ultra pagati professionisti esperti di marketing mediatico?

Insomma, si dia pace l’osannante popolo della Sinistra italiana: il presidente Barack Obama non è né un social-democratico alla Bersani (ammesso che si riesca a capire cosa Bersani sia), né un fautore della decrescita felice alla Vendola. Rappresenta, semmai, l’ala sinistra di una democrazia liberale per nulla disposta a mettere in discussione non solo i diritti civili ma anche un sistema economico basato sulla libera concorrenza, sulla libertà d’impresa, sull’importanza accordata al settore privato. Barack Obama, così come il suo predecessore Clinton, sono molto più simili a Tony Blair che non a François Mitterand o a Sandro Pertini, omaggiato dal segretario del Pd nella sua natia Stella. Ragione per la quale, se Obama ha libera cittadinanza nella casa (e nei cuori) della Sinistra, non si capisce per quale ragione non dovrebbero averla quei liberal alla Ichino, alla Morando, alla Salvati, alla Renzi che i custodi dell’ortodossia post-comunista vorrebbero confinati nelle praterie della Destra.

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