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ripensare l’Italia, o anche della superiorità dell’avversario

12 aprile 2012
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Dire che prefiguri la sovietizzazione della cultura sembra un po’ azzardato. Ma che il manifesto dei TQ sul patrimonio storico-artistico e archeologico si limiti ad una “trafila di considerazioni ovvie” – come scrive Luca Nannipieri – mi pare un giudizio largamente condivisibile. Manifesto ovvio e, se non proprio sovietico (è una fissa dei collaboratori del “Giornale” come Nannipieri quella di vedere ovunque bolscevichi), statolatra certamente sì. Non è forse da statolatri ritenere che solo lo Stato possa mantenere il patrimonio storico-artistico del paese? Posizione che, tra l’altro, finge di non vedere come spesso lo Stato tenga da far schifo i propri beni (Pompei docet, banalità per banalità) e il privato non sempre trasformi edifici antichi, parchi secolari, chiese millenarie in postriboli per turisti da spennare o in luoghi frequentati solamente da ricchi e famosi (si pensi alla benemerita attività del FAI, banalità per banalità). Fosse l’Italia un paese serio – mi si conceda l’inciso – basterebbero leggi rigorose e sanzioni certe per far gestire una parte del patrimonio nazionale debitamente vincolato ad enti privati, ad associazioni, a consorzi ecc ecc. Sta di fatto che, se anche volessimo immaginare un futuro radioso per le finanze dello Stato e classi dirigenti lungimiranti pronte a destinare qualche decimo di pil in più alla cultura, i soldi per mantenere decentemente il ricco patrimonio storico e artistico italiano non ci sarebbero forse mai (più). Ragion per cui sarebbe più che auspicabile vagliare soluzioni alternative che prevedano una collaborazione stretta del privato (che non significa necessariamente l’industrialotto veneto desideroso di trasformare la villa palladiana sul Brenta in una brutta copia di una dimora hollywoodiana) che ci metta soldi e, perché no, capacità gestionali. Ma tu vallo a spiegare ai TQ che spesso, in Italia, lo Stato ha fatto peggio dei privati: è una generazione di intellettuali allergici alla realtà, al punto tale da sparare addosso alle facoltà di Beni Culturali (punto otto) senza probabilmente aver mai letto il programma degli studi di una qualsivoglia facoltà di B. C., rea, a detta delle italiche intelligenze, di sfornare tecnici e non umanisti, come se invece dalle facoltà umanistiche italiane uscissero novelli Leonardo in grado di discettar di arte e storia, di letteratura e filosofia, di filologia classica e archeologia medievale (e come se a Beni Culturali si studiasse solo merchandising e marketing e tecnica dell’evento culturale).

Tuttavia, io non volevo parlarvi della visione del mondo dei TQ, che sarebbe ingenua se si trattasse di una generazione DV (dieci-venti), mentre invece, essendo in presenza di trenta-quarantenni si rivela ideologicamente dissennata, fautrice di un ritorno ad un (immaginato) passato meraviglioso destinato a non tornare più. Né vorrei parlarvi troppo male dei TQ perché, tutto sommato, io un po’ li invidio e li ammiro. Benché io e loro la pensiamo diversamente quasi su tutto – ed io la penso quasi sempre diversamente dalla maggior parte dei letterati incalliti, dei critici letterari, dei professori di letteratura, dei dottori di ricerca usciti dalle facoltà di Lettere, degli scrittori soprattutto se giovani (deve essere la loro abilità a macinare narrazioni a rendermeli complessivamente indigesti) – ammiro il fatto che un gruppo di intellettuali si sia messo a ri-pensare l’Italia. Perché se alle cose non ci si pensa, se non si è in grado di avere obiettivi e visioni, la vita – anche quella di un grande paese come il nostro – è null’altro che un fluire caotico e senza direzione. Decenni di declino avrebbero invece dovuto insegnarci che è il momento di pensare all’Italia e non più soltanto di (s)governare l’esistente. E se non ci si mette seriamente a ri-pensare all’Italia, conoscendone la sua storia e prefigurandone il suo futuro, il paese brancolerà ancora a lungo nel buio o, alla meno peggio, finirà nelle mani di qualche pseudo-idealista a cui andrà dato comunque il merito di essersi  sporcato le mani (partorendo il topolino).

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11 commenti leave one →
  1. 12 aprile 2012 09:30

    Non so cosa sia un ‘tq’ ma tendo a concordare con la tua opinione di fondo. Anche se, devo ammettere, comincio a pensare che chi si dedica a riflessioni complessive sia un totalitarista potenziale.

  2. 12 aprile 2012 09:51

    totalitarista in potenza è chi cerca di adattare la realtà alle idee. Ma avere idee non significa essere totalitari: anche Cavour aveva visioni prospettiche sull’Italia e non per questo è da considerarsi l’antenato di Benito.

  3. 14 aprile 2012 12:39

    Certamente no, carissimo. Povero Cavour, mai pensato nulla del genere su di lui o gli altri savoiardi.
    Ma c’è un confine sottile, parlo in termini generalgenerici, fra avere delle opinioni e delle idee complessive. Ciò che definisci «fluire caotico e senza direzione» è lo stato naturale delle cose umane, a mio avviso, e l’eccesso di visioni strategiche, di obiettivi collettivi nelle mani dello Stato, dei governi, delle maggioranze, può finir dritto nel dirigismo e sconfinare nel totalitarismo, nello Stato etico. Intendiamoci: esprimo solo timida preoccupazione, non altro.
    Se senz’altro è necessario ricominciare a pensare al «sistema Italia», qualunque cosa significhi una abusata espressione, un atteggiamento pragmatico, funzionalista, il più possibile oggettivo/ista non può prescindere dalla realtà per come è. Il resto mi ricorda troppo la campagna elettorale obamian-veltroniana la quale – visti i risultati del POTUS – sono felice sia fallita sulle nostre sponde.

    • 14 aprile 2012 12:54

      un momento Sejo: non avrei timore a darti ragione se avessi scritto che la direzione deve provenire dallo Stato. Ho parlato di intellettuali, di società civile, di partiti, perché no. Di un vero mercato delle idee.
      A me sembra che in Italia manchi quasi del tutto e si vada avanti (sempre più malamente) per inerzia.

      • 14 aprile 2012 18:17

        Ed io invece sottoscrivo quanto mi rispondi. Benissimo, molto benissimo. Ho capito. Ma quei signori di cui scrivi, boh.

        Ah, ho approntato – con l’aiuto volontario di amici sparsi in tutta Italia – un account Twitter (https://twitter.com/#!/VotaBob), una paginina FB (http://www.facebook.com/VotaBob) e un blog (www.votabob.it), nonché – a mie esclusive spese – fatto stampare dei volantini per la campagna elettorale. Mi sto divertendo un mondo. Prenderò meno preferenze di una visita dal dentista, ma l’esperienza è esilarante.

        • 14 aprile 2012 18:27

          ma che ti ho risposto? la mia risposta, a rileggerla ora, è totalmente priva di senso. Sono un po’ nervoso in questi giorni 😉
          Sarà l’ebbrezza da volantino che ti rende a tal punto in grado di interpretare l’insondabile?!

          • 15 aprile 2012 17:11

            Ma non è vero: non è priva di senso. Se, a questo punto, ho capito: mi hai detto che vedi differenza fra Stato e corpi intermedi. Il che è innegabile e dunque sono d’accordo.

        • 16 aprile 2012 15:04

          Detto senza ironia: è uno strano paese, quello dove un ‘libertarian’ si candida in una lista socialista.

          • 16 aprile 2012 20:08

            C’era un abbocco anche col Pri ma sono alleati – localmente – con gli eredi, mai pentiti, di chi condannò a quattordici anni e mezzo mio nonno per aver banalmente espresso la sua contrarietà alla dichiarazione di guerra del capoccione. Tacendo del mio stomaco, che basta e avanza, da timorato dell’Altissimo avrei avuto paura delle vendette granpaterne.
            Poi, che volete che dica: mi sto divertendo un mucchio ed è uno strano Paese. Oggi, poi, ho riso, sorriso e mi sono anche commosso. Esperienza umanamente impagabile.

  4. 14 aprile 2012 17:42

    Sono ritornata a leggere questo tuo post con calma perché volevo riflettere bene. Infatti porto con me l’onta di conoscere bene (in certi casi davvero più che benissimo) una discreta percentuale di TQ (e di trovare che alcuni altri siano davvero bravi – e altri ancora invece particolarmente vuoti). Per questo mi sento chiamata in causa in maniera quasi diretta (anche se io non ho voluto aderire).
    La mia opinione sui beni culturali e lo stato è probabilmente più statalista della tua, anche se mi rendo conto che è una visione che si può permettere una nazione diversa dall’Italia, visto che la quantità di patrimonio rende davvero impossibile non pensare a forme spurie di collaborazione con privati.
    In generale, sono comunque d’accordo che i risultati proposti fino a ora non sono proporzionali alle dichiarazioni fatte. Ma nello stesso tempo, anche io come te credo che non si possa negare quanto meno il tentativo, per una volta, di provare a fare.

  5. 16 aprile 2012 14:29

    Innanzitutto grazie, cara ‘povna, per aver commentato qui nonostante l’amicizia che ti lega ai TQ (potresti spiegare al qui sopra Sejo cosa si nasconde dietro a quest’etichetta?). Premesso che il mio post non è propriamente dedicato al manifesto dei TQ sul patrimonio storico artistico ecc ecc, penso anche che in quel manifesto siano state scritte alcune cose vere e condivisibili anche se per lo più estremamente scontate. E per altri versi, che invece i trentaquarantenni abbiano peccato di ideologismo: siamo tutti d’accordo che i beni culturali non siano il petrolio di questo paese ma, tuttavia, considerato che i turisti in questo paese vengono ancora, e non in pochi, e considerato che spessissimo lo Stato mantiene con sciatteria se non con colpevole incuria il proprio patrimonio, non è forse sbagliato pensare che la valorizzazione di questa ricchezza (dell’anima, prima di tutto) passi anche attraverso una loro messa a frutto, che permetta quantomeno di mantenere al meglio quello stesso bene.
    Non è questione di statalismo o meno: nessuno predica che lo Stato si liberi di siti archeologici o di cattedrali medievali, offrendole magari a basso prezzo agli amici degli amici; semmai, la priorità in questo momento è la salvaguardia di un patrimonio compromesso da decenni di incuria (frutto di pochi soldi ma anche di pessima gestione). Se la soluzione fosse quella di un intervento dei privati (magari anche tramite la defiscalizzazione delle oblazioni a favore di ricerca, cultura, salvaguardia del paesaggio ecc), perché non valutarla con attenzione e coerenza?
    Il rischio è che certe posizioni pregiudiziali portino solo a non prendere mai decisioni, mentre i nostri beni vanno nel frattempo in malora!

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