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altermondialismi

6 aprile 2012
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Conversazione da salotto, un mattino primaverile: 

shylock: vai spesso in India?

altermondialista (vegana): sì sì, la conosco bene, è dal 1985 che vado, quasi tutti gli anni.

shylock: come si vive adesso in India?

altermondialista: purtroppo sta cambiando. A Mumbai ci sono shopping center grandi quanto Genova. Un tempo nessuno aveva la carta igienica perché proprio non si usava. Adesso la si trova un po’ ovunque. Non è più bella come una volta, si è trasformata. Prendi i tappeti: fino a qualche anno fa i telai erano solo a mano; adesso purtroppo li fanno tutti con i macchinari.

shylock: in quale zona andate di solito?

altermondialista: per fortuna la zona del Rajastan che frequentiamo di più è rimasta autentica, ha ancora il suo fascino. Pensa che non c’è neppure l’elettricità!

La cosa che più mi angoscia è che c’è stata una fase, nel mio passato, in cui avrei potuto esprimere anch’io lo stesso patologico anti-occidentalismo, la stessa nevrosi anti-moderna, lo stesso gusto esotico per la miseria (degli altri).  

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11 commenti leave one →
  1. 6 aprile 2012 18:16

    Eppure e’ un dato di fatto che il giorno in cui il tenore di vita medio dell’emisfero nord dovesse diventare uno standard, questo pur grande mondo diventerebbe una grande pattumiera. Senza isterismi, ma la battaglia per la sostenibilità o saremo in grado di vincerla tutti insieme, oppure ciao ciao e si riparte con una nuova civilizzazione chissà quando.

  2. 6 aprile 2012 18:21

    la risposta, però, non può essere quella di augurarsi che quello che eravamo soliti chiamare terzo mondo resti inchiodato per sempre alla propria miseria.
    peraltro, non è per nulla scontato che la ruota della storia e della ricchezza non sia destinata a mutare: loro crescono, noi c’impoveriamo. e vedi che il pianeta torna sostenibile 😉

  3. 6 aprile 2012 18:48

    Dovranno passare sul mio cadavere prima di avere il mio Mac Book Air 🙂

    A parte gli scherzi, hai assolutamente ragione, per quello dicevo che la sfida della sostenibilità vale per tutti.

  4. 6 aprile 2012 19:03

    ah, a proposito di pianeta pattumiera, conosco delle persone da molti ritenute “esperte” e di cui io non mi fido per nulla, che mi vogliono convincere del fatto che presto non avremo più discariche: le tecnologie “pulite” e un riciclo spinto permetteranno di chiudere il ciclo dei rifiuti senza neppure far ricorso ai termovalorizzatori.
    Come la mettiamo con tutti i poveracci che in India, in Brasile, in Kenya, traggono il loro sostentamento dal recupero di non si sa bene cosa nelle enormi discariche ai margini delle megalopoli tropicali?

  5. 6 aprile 2012 19:54

    Oddio da un punto di vista prettamente teorico non e’ da escludersi che si possa ritornare ad un sistema che ricicla il 100% di cio’ che produce. O sbaglio?

  6. 7 aprile 2012 09:40

    non ne sono mica convinto sai…

  7. 7 aprile 2012 20:03

    Capisco che cosa dici: è il mondialismo da salotto. Molto comodo. Magari mentre intanto guardi il canale del National Geographic. E’ un atteggiamento anti-progressista che anche a me fa sempre saltare la mosca al naso.

  8. 9 aprile 2012 21:38

    Ho letto che il cervello finisce di crescere, nei maschi della specie, attorno ai trent’anni. Seriamente, era un articolo scientifico. Cresce più a lungo del corpo che governa, per più tempo. Nelle femmien della specie la crescita è più rapida.
    Questo per dire che, approssimativamente, fino ai trent’anni le scelte che si compiono possono esser dovute anche solo parzialmente ad una mancata connessione neuronale. Mancata per incompleto sviluppo.

    Magari è poca roba, ma giustifica qualche idea azzardata. Almeno un pochino, mi piace pensare.

  9. 10 aprile 2012 12:31

    Di persone come la tizia del tuo dialogo ne conosciamo tutti. A volte i “maoisti” (o i salafiti o i sarcazzo cosa, a seconda della latitudine) ne rapiscono uno e lo fanno a fettine. E’ stata fortunata, gliel’hai detto?
    Ma più che l’esperienza estetica che l’evoluto cerca nell’incontro col primitivo, ‘IL’ tema è quello toccato da Eugenio. Dei miei antichi e fallimentari studi scientifici, mi rimane più di ogni altra cosa quella parte di fisica che chiamiamo termodinamica. Sono sempre stato convinto che la si dovrebbe insegnare dalle elementari, dall’asilo, dalla culla, almeno attraverso le sue formulazioni più semplici: “non esiste in natura l’equivalente di un pasto gratis”. E non esistono trasformazioni reversibili. Per cui no, non sarà mai (ma proprio MAI) possibile riciclare il 100% dei rifiuti – non senza produrre altri ‘”rifiuti”, non senza dissipare una parte dell’energia utilizzata.
    Scusate se dico cose che conoscete tutti: la termodinamica ci rivela la verità di un universo la cui entropia (misura del disordine) aumenta costantemente, fino a che non ci sia più energia libera disponibile per compiere alcun lavoro. Fino a raggiungere lo stato di equilibrio. Sono principi che regolano l’universo fisico tutto. Anche le gazzelle, anche le sardine, anche i passeri, anche gli alberi contribuiscono all’aumento di entropia. Anche gli abitanti dell’isola di Pasqua, talmente vicini a Madre Natura, a differenza del bipede occidentale moderno, che pensarono bene di deforestare completamente la loro isoletta e lasciarci i loro magnifici testoni di pietra, anche loro contribuirono all’aumento di entropia. ‘Meno’ delle fabbriche di computer o delle centrali a carbone, certo. Una differenza quantitativa, NON qualitativa. E il punto è proprio questo. Abbiamo esagerato, stiamo esagerando, su questo tutti dovrebbero essere d’accordo. Ma chi glielo dice agli Indiani, ai Cinesi e (quando sarà, perché se lo meritano anche loro, cazzo) agli Africani, che il modello che potrebbe farli vivere meglio e più a lungo non è sostenibile? Non da tutti, perlomeno. O noi o loro?
    E se, alla fine, quel ‘giusto mezzo’ che a noi manca loro imparassero a praticarlo? Chissà.
    Vorrei essere ottimista, io comunque alla carta igienica non ci rinuncio. E la voglio morbida.

  10. 11 aprile 2012 17:12

    Bingo, hai centrato il punto Federico, la questione sulla quale mi arrovello da anni! Senza parlare di decrescite, che in fondo altro non sono altro che (maldestri) tentativi di via d’uscita dal capitalismo, è possibile conciliare l’economia di mercato con una certa sobrietà nei costumi (e nei consumi) e con un’attenzione a ciò che si produce?
    Per quanto concerne la sobrietà autoindotta c’è ancora moltissimo da fare (epperò io non dispererei: esistono molti esseri umani ormai consapevoli della brutta china che abbiamo preso; in più, sebbene non sia di tutti/per tutti, la ragionevolezza è una virtù umana che non mi pare impossibile da raggiungere e non mi pare difficile che la ragionevolezza possa condurre alla consapevolezza che la sobrietà e un certo autocontrollo aiutino a vivere meglio). E poi esistono le leggi, che possono sanzionare cattivi comportamenti e indurre abitudini migliori. Le leggi, inoltre, possono agire anche sui produttori, imponendo limiti severi all’inquinamento, allo sfruttamento di certe risorse, all’impiego di materiali inquinanti.
    Non dico che sia facile, tutt’altro, ma non mi sembra neppure uno sforzo impossibile. E’ chiaro che i problemi possano però essere risolti soprattutto a livello globale e solo se la politica sarà in grado di giocare nuovamente un ruolo centrale.

  11. 11 aprile 2012 17:35

    a rileggere quel che ho scritto, non vorrei fare l’impressione dell’ingenuo (che magari sono anche)
    E’ chiaro che un’operazione del genere, che abbia un risvolto etico, politico, giuridico, economico, sociale, non si improvvisa da un giorno all’altro. Tuttavia, non vedo come la riforma dell’economia capitalistica possa essere più complicata di una via d’uscita da essa, in direzione di una non meglio precisata economia del dono e dello scambio. Ben vengano il dono e lo scambio, figuriamoci, ma non illudiamoci che essi siano la soluzione.

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