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L’Occidente non vince più guerre

7 marzo 2012
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Shylock ha chiesto ad Andrea Beccaro, ricercatore in Studi strategici e autore del recente “La guerra oggi e domani”, di tracciare un bilancio degli ultimi interventi militari occidentali.
Shylock: L’opinione pubblica occidentale – seppur non poco distratta di fronte al conflitto siriano – reclama ancora una volta l’intervento armato delle forze internazionali. La politica internazionale si è però mostrata fino ad ora molto cauta rispetto ad un possibile intervento contro Damasco. A cosa va addebitata secondo te tale cautela?
Andrea Beccaro: Cautela o assenza di una qualsivoglia posta in palio? In Libia la Francia ha spinto per l’intervento anche (utilizzo anche perché le spiegazioni mono causali non mi sono mai piaciute) per via dei suoi interessi petroliferi nella zona, in Siria aspetti di questo genere non ci sono. L’assenza di interessi spiega, in parte, anche il non intervento occidentale in molti paesi africani tanto per fare altri esempi. Ma a mio avviso rispetto ad altre contingenze simili, la questione siriana può essere spiegata attraverso tre letture. Da un lato è un paese centrale per il medio oriente, pericolosamente vicino a Israele dal punto di vista geografico, fortemente invischiato in Libano e con problemi settari al proprio interno. Rispetto per esempio alla Libia dunque la Siria è un paese con una posizione internazionale più complessa. In secondo luogo per interventi di questo genere serve che la comunità internazionale sia concorde o quantomeno non ci siano paesi che si oppongano apertamente il che al momento non è così. Ci sono paesi forti contrari all’intervento, se queste divergenze non vengono appianate difficilmente si potrà pensare a un intervento. Infine si può portare una spiegazione più militare, anche se forse è meno pregnante delle altre due. Da dopo la Somalia gli interventi occidentali di questo tipo sono stati quasi sempre basati sul solo impiego dell’arma aerea (Bosnia, Kosovo, Libia). Al di là dell’efficacia di tale approccio, che per me non esiste, la Siria presenta delle difficoltà non da poco. Confina con la Turchia un paese NATO da cui gli aerei potrebbero decollare, ma pensare a un ruolo di tal genere per la Turchia mi pare azzardato visto che già in occasione della guerra in Iraq aveva chiuso il proprio territorio. Le basi in Israele sono ovviamente fuori questione onde evitare l’allargamento del conflitto e pericolosi fraintendimenti su chi fa cosa. Le opzioni che rimangono sono due o si utilizzano solo forze aeree imbarcate, e quindi Francia Inghilterra e Stati Uniti sono gli unici in grado di fare qualcosa, ma numericamente queste forze sono molto ridotte; o si utilizzano le basi italiane per esempio costringendo però i piloti a lunghissimi voli, a rifornimenti in volo e a un tempo di stazionamento sul teatro ridotto per non dire quasi nullo.

Sh.: Qual è il bilancio delle guerre umanitarie degli ultimi decenni? E a che punto è l’esportazione della democrazia?

A. B.: È un bilancio estremamente negativo dal mio punto di vista. L’Occidente dopo aver vinto la Guerra del Golfo nel 1991 e “vinto” la Guerra fredda con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’impero sovietico non ha più vinto una guerra. In Somalia c’è stata una ritirata frettolosa che non ha condotto a nessuna risoluzione, tant’è che oggi la guerra civile continua ed è forse peggio di prima visto che ormai si tratta di un conflitto che coinvolge i gruppi islamici e il fenomeno della pirateria navale. Nei Balcani, certo la guerra è terminata ma non per merito dei bombardamenti dal momento che la situazione si è stabilizzata in base, all’incirca, alle linee dei fronti al momento della cessazione delle ostilità. Il Kosovo è nato grazie all’appoggio occidentale, ma al di là di problemi etnici irrisolti al suo interno è un paese che vive sugli aiuti umanitari ed è pieno di operatori occidentali. L’Afghanistan, che certo non è mai stata una guerra umanitaria, ma che con il tempo si è trasformata in un operazione di nation building, ce lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni per evidenziarne la debolezza e insicurezza. L’Iraq, altra guerra non umanitaria ma che si è trasformata nel tentativo di costruire una democrazia, è sparito dai media occidentali, ma registra quotidianamente attentati (autobombe, attentatori suicidi, sparatorie) e la politica interna è tutt’altro che pacifica come si può vedere dai continui contrasti tra sunniti e sciiti e dal recente caso del vice presidente al-Hashemi accusato di aver organizzato attentati, ma fuggito in Kurdistan da dove le autorità centrali non riescono ad estradarlo. La Libia è il caso di guerra umanitaria più recente e anche lì finiti i bombardamenti la situazione è tutt’altro che chiara e definita. Il governo centrale non ha sostanzialmente potere, non ha disarmato i gruppi ribelli, un passo fondamentale se si vuole che lo stato imponga il suo monopolio della coercizione fisica legittima. Le fazioni pro-Gheddafi non sono sparite del tutto ed elementi criminali e legati al terrorismo internazionale sono molto presenti. Senza dimenticare le lotte interne per il potere tra le diverse tribù e clan. Insomma, finiti i bombardamenti occidentali non è certo finito il conflitto.

Sh.: E’ accettabile restare impassibili davanti al massacro di civili messo in atto da Assad o da altri capi di Stato? Se non l’intervento umanitario, possono essere efficaci sanzioni ed embargo, come attualmente applicati all’Iran?

A. B.: Le sanzioni e l’embargo applicati all’Iran funzionano? Hanno ottenuto i risultati che si prefissavano? La risposta è chiaramente no, visto che il programma nucleare iraniano sta procedendo. Lo stesso discorso si applica al caso della Corea del Nord che malgrado tutto ha realizzato i suoi obiettivi nucleari. Negli anni ’90 l’embargo all’Iraq ha semplicemente colpito la popolazione senza ottenere alcun risultato sulla situazione politica, anzi forse ha dato un aiuto a Saddam per la sua repressione interna, da un lato, e per aumentare l’odio verso l’occidente dall’altro. Pressioni ed embargo storicamente non funzionano bene né sono strumenti a breve termine. Hanno ricadute, se le hanno, sul lungo periodo per cui non sono strumenti minimamente adatti a fronteggiare una guerra in corso. Possono essere degli strumenti aggiuntivi ma nient’altro. Senza contare che hanno più effetto in guerre tradizionali fra stati dove la produzione militare e tecnologica ha un forte peso, ma in una guerra civile si può combattere anche con i machete per cui un embargo sulle armi ha ovviamente un impatto minore. Inoltre affinché riescano ad essere un minimo efficaci dovrebbero essere accettati e rispettati da tutta la comunità internazionale che mi sembra invece ancora frammentata.

Sh.: Non c’è il rischio, però, di venire identificati con quei pacifisti “senza se e senza ma”, sempre pronti a condannare i fallimenti degli interventi occidentali e, allo stesso tempo, così poco avvezzi a denunciare la violazione di diritti umani da parte di regimi autocratici nei paesi del terzo mondo?

A. B. : Sarebbe la prima volta che vengo scambiato per un pacifista. Non credo sia sbagliato a priori intervenire, solo che le modalità di intervento messe in atto in questi ultimi anni non penso siano in grado di risolvere i problemi. Se si vuole intervenire lo si faccia, ma con una strategia chiara e la volontà necessaria. Tutto ciò implica avere una politica definita con obiettivi da raggiungere (la semplice destituzione di Assad non può essere un obiettivo se poi si lascia mano libera alle diverse fazioni presenti, come fu fatto in Iraq dopo Saddam e anche in Libia), utilizzare la forza in modo proporzionato e mirato certamente, ma anche massiccio nel senso che serve un intervento con truppe di terra in grado di controllare il territorio e di rimanere nell’area per diverso tempo. Resta il fatto che intervenire in una guerra civile è sempre molto rischioso ed è un’opzione che difficilmente viene presa in considerazione per una serie di buone ragioni. Il problema con la cosiddetta “guerra umanitaria” è che comunque la si voglia guardare e interpretare essa è guerra. Ovvero non solo un fenomeno che vede due fazioni opporsi, ma che le vede anche animate, come direbbe Hobbes, dalla volontà di affrontarsi in battaglia per un determinato spazio di tempoÈ interessante notare come già Clausewitz avesse trattato un tema in parte vicino a quello della “guerra umanitaria” affermando che questo è un modo estremamente pericoloso di affrontare il fenomeno bellico che è invece complesso e pericoloso.

Invece, sulla “guerra umanitaria” e la questione dei diritti umani è interessante ricordare la riflessione di Carl Schmitt il quale criticava apertamente tale concetto, poiché l’umanità non può avere nemici e di conseguenza non può combattere. Quando uno stato, o una coalizione, si arroga il diritto di combattere una guerra in nome dell’umanità il nemico di quello stato viene criminalizzato con il conseguente rischio che la guerra si trasformi in guerra totale. Gli esempi della Seconda guerra mondiale e quelli più recenti della guerra al terrorismo o la guerra in Iraq (con l’identificazione di tutto il blocco sunnita come il nemico da escludere dal nuovo governo) non fanno che confermare quell’intuizione di Carl Schmitt.

 

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13 commenti leave one →
  1. 7 marzo 2012 14:08

    Porcamucca. Schmitt, von Clausewitz e Tommasino “dioscesointerra” Hobbes nello stesso post. Post che è un’intervista ad un rarissimo realista.
    Immagino sia questa la sensazione che provarono i Beatles quando se ne andarono in un ashram, facendosi altre bombe.

    Inchini, salamelecchi e vieppiù ringraziamenti al padrone di casa.

    • 7 marzo 2012 17:05

      rispiegami quella sui Beatles, non l’ho mica capita.

      E dimmi che ne pensi tu, che sei un “umanitarista” (non è mica una parolaccia!) della faccenda siriana.

      • 7 marzo 2012 19:15

        Premessa: non sono un «umanitarista» nel senso di clintonian-blairiano. Gli interventi in Jugoslavia sono stati moralmente ineccepibili ma – lo sapevamo dall’inizio – han favorito gruppi di trafficanti d’armi e uomini, nonché spalancato le porte alla costruzione di stati sostanzialmente confessionali nel cuore dei Balcani, mica l’Iowa e il Lake District, finanziati dai Saud e dalla “associazione” di Fehtullah Gülen. Mi piacerebbe conoscere l’opinione del tuo intervistato su quest’ultima, per inciso.
        Tornando al punto. Sono senza dubbio, moralmente parlando, un umanitarista. Credo che, in età contemporanea, uno dei momenti più alti raggiunti dalla nostra specie sia stata l’operazione tripartita sotto i nomi di Mosè, Saba/Joshua e Salomone. Ovvero il recupero e trasferimento degli ebrei etiopi dal Sudan.

        Mi piace l’approccio realista alla geopolitica. Trovo anche che sia immobilista, nondimeno – di solito – si trova in quella schiera molta gente intelligente. Fosse per loro, e Kissinger, l’Urss non sarebbe caduta come e quando cadde; ci volle un sognatore un po’ matto come Reagan per sfidare Gorbaciov.

        Trovo francamente rivoltante l’atteggiamento occidentale sulla Siria. Ciò non toglie che io sia d’accordo con Beccaro: un intervento militare è impensabile. L’Iraq e l’Afghanistan hanno già portato ai limiti massimi d’impiego il solo esercito degno di nota, perdona il gioco di parole, della Nato. E le strategie di ritiro dall’Afghanistan si stanno rivelando pericolosissime; vedi il «caso del Corano bruciato». In sostanza, credo che valga la pena mandare a morire the finest youth solo se si può vincere. E nessuna guerra contemporanea poteva esser vinta: troppi cambiamenti tecnologici favoriscono gli insorgenti, i piccoli gruppi che con ordigni da cento dollari fanno danni da milioni. Gli eserciti delle democrazie devono darsi altre strategie e altre tattiche. Il tuo ricercatore sa cosa significano 4th e 5th generation warfare. Anche fosse ricca di petrolio, la Siria sarebbe un territorio più difficile dell’Afghanistan. Credo, anzi spero, che la lezione sia stata imparata.

        Detto questo, il macellaio siriano cadrà che l’Occidente intervenga o meno. È inevitabile. Nessuna dittatura dura in eterno: lo dice il dipanarsi della Storia. Quel che sarà della Siria multietnica, settaria, lo sapremo quando succederà. Per ironico che possa sembrare – non me ne vogliano gli amici libanesi – l’unico modello vincente nel Vicino Oriente è proprio quello di Beirut: una democrazia bloccata, organizzata per confessioni ed etnie, che solo ogni tanto esplode in violenza. Se i siriani saranno capaci si daranno un ordinamento simile, altrimenti assisteremo a un macello ancora più sanguinoso.

        Suppongo che, in larga parte, ciò che sarà del dominio nazionalsocialista degli alauiti sarà determinato dagli sviluppi dell’affaire relativo al nucleare iraniano. Quella è la partita che si gioca nel Centre Court dell’Asia più prossima, il resto è conseguenza.

      • 7 marzo 2012 19:19

        Scusami, ho dimenticato di risponderti sui Beatles. Sciocca metafora per affermare che un post shylockiano è valso cinque anni di Fnord. Una epifania.

  2. 7 marzo 2012 14:56

    Grazie per questa interessantissima intervista. Devo pero’ ammettere che non mi aiutato a dipanare i miei dubbi sulla Siria. Mi sembra che il succo sia le bombe non funzionano, gli embarghi sono inutili. Senza semplificare troppo, ma un’idea precisa su come destituire Assad io vorrei sentirla.

    • 7 marzo 2012 16:46

      Ovviamente non posso rispondere per conto di Andrea Beccaro, anche se condivido largamente le sue parole, per le quali molto lo ringrazio.
      Da parte mia vorrei aggiungere il link ad un articolo uscito sul “Foglio” di sabato scorso a proposito della situazione libica post-gheddafiana: direi venga confermata l’analisi “realista” del nostro ospite Andrea
      http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43638

    • Andrea Beccaro permalink
      7 marzo 2012 18:50

      Il problema secondo me sta proprio lì: nel voler destituire Assad. Personalmente sono piuttosto restio a questi interventi perchè in genere non funzionano. In linea generale io sono dell’idea che i problemi all’interno degli stati vadano risolti dagli stati stessi. Se invece si vuole intervenire lo si faccia con cognizione di causa. In particolare bisogna tenere a mente che un intervento esterno, per di più da parte di potenze esterne all’area di interesse, in una guerra civile è estremamente rischioso e difficilmente porta a una facile conclusione. Non credo esistano esempi storici positivi di una tale operazione e anche gli interventi esterni in una guerra civile da parte di una potenza confinante o con interessi in quel paese non sempre portano a un risultato positivo. Non si tratta tanto di Assad o meno, quanto di valutare la situazione per quella che è, una guerra civile, e affrontarla con le dovute cautele.

  3. 7 marzo 2012 20:23

    Su argomenti così delicati occorre un linguaggio più preciso. Che cosa significa “gli interventi militari non funzionano”? Che cosa vuol dire le “interpretazioni mono causali non mi piacciono”? Che cosa vuol dire il bilancio è estremamente negativo? Quando una guerra si dice persa? A naso simpatizzo con l’intervento di Sejo.
    Mi sembra ragionevole dire che la situazione politica A è migliore della situazione B quando le persone coinvolte godono di maggiori possibilità di progettare la propria vita in A che in B. Allora una domanda interessante rispetto ad esempio alla Libia è la seguente: confrontiamo la situazione politica attuale, che ha indubbiamente difetti notevoli, con come supponiamo che la situazione sarebbe stata se Gheddafi avesse debellato la ribellione. Io non ho le competenze per rispondere, ma mi sembra che sia questa una domanda significativa: quale delle due è meglio, tenendo conto del concetto di meglio che ho fornito? Lo stesso vale per tutte le altre situazioni considerate. La valutazione deve essere per forza di cose comparativa e basata su parametri che noi riteniamo valutativamente rilevanti. E’ facile trovare difetti in ogni situazione politica. Il problema è quale è la situazione meno peggiore.
    In secondo luogo, non mi sembra molto interessante il processo alle intenzioni. La Francia è intervenuta in Libia perchè era interessata al petrolio. Mi sembra del tutto irrilevante, poiché il punto è se l’intervento ha migliorato o peggiorato le cose, non perché è intervenuta. Né mi sembrano buoni argomenti politici quelli del tipo, ma perché si interviene là e non là e là e là, dove la situazione è simile? Perché lì c’è il petrolio, rispondono a questa domanda retorica, convinti di avere così dimostrato l’erroneità dell’intervento. A me viene da dire: ben venga allora il petrolio! Non credo che in giro ci siano comunità di santi, né credo che siano santi quelli che ragionano in questo modo. Se poi la Francia ci guadagna qualcosa mi fa piacere, anche perché il punto èimportante non è questo, né quello di chiedere alla Francia di debellare tutte le ingiustizie del mondo, ma capire se l’intervento è stato utile nel senso che abbiamo detto prima.

    • 7 marzo 2012 20:51

      Vivaddio. Grande chiarezza, Enzo.

      Il limite del realismo è quello di mirare – inconsapevolmente o meno – a una stasi che è assenza di conflitto, fine della Storia. Per formazione culturale, credo che il conflitto largamente inteso sia parte della natura umana. Parte centrale. E che la Storia si esaurirà quando sarà scomparsa la nostra bella specie animale. Cioè mai.

      Mesi fa, quando era intervenuto da poco l’Occidente in Libia, un mio corrispondente statunitense mi diceva d’essere contrario al coinvolgimento anche parziale del proprio Paese. Punto di vista legittimo, lui è un conservative, visti gli altri impegni e la situazione economica interna ma col limite grande di fermarsi dinanzi alla logica del male minore. Del «our bastard».

      A me non piacciono i bastardi. Quelli che adoperano l’aviazione per operare un genocidio dei propri compatrioti, poi, non ne parliamo. Quando poi questi si sono macchiati di responsabilità diretta o compartecipazione nei peggiori attentati dell’età contemporanea, e della deportazione di comunità centenarie come del sequestro di ogni bene mobile o immobile, perdonatemi ma tutto quel che sogno è la Corte penale internazionale.

      Con colpevolissimo ritardo, abbiamo salvato vite. Innumerevoli vite, questo dissi al mio amico d’Oltreoceano. Anche scoperchiato il vaso di Pandora, forse. E allora? La Storia va avanti. Non esiste alcuna palingenesi, alcuna epifania in Terra. Se esce fuori un pericolo maggiore per l’Occidente, si ragionerà sul da farsi: questo è il senso di avere supremazia in campo tecnologico e contemporaneamente di intelligence. In ogni modo, c’è un assassino in meno a bombardare persone inermi e a tenere sotto scacco il Mediterraneo centrale. A casa mia si chiama vittoria, ma riconosco che il mio ministero degli Affari esteri non si chiama Eni.

  4. Andrea Beccaro permalink
    8 marzo 2012 19:19

    Come sempre questi argomenti aprono dibattiti infiniti ed è impossibile riuscire ad affrontare ogni singolo aspetto. Considerando la validità di tutte le critiche e opinioni espresse, vorrei però puntualizzare su alcuni aspetti.
    Per prima cosa sono stato etichettato come realista, il che nel senso politico e filosofico del termine è corretto. Poi però in più passaggi si è sostenuto che il realismo è stasi, assenza di conflitto, volontà di mantenere lo status quo. Nulla di più lontano dalla mia posizione. Il realismo accetta l’esistenza del conflitto che ne rappresenta il nucleo concettuale si pensi a Schmitt con il suo “amico e nemico”, a Machiavelli a Tucidide ecc. La guerra, il conflitto sono ineliminabili e portatori del cambiamento. Non bisogna confondere realismo e conservatorismo. Sono istituzioni come l’ONU e simili, di derivazione certamente non realista, che si pongono l’obiettivo di congelare lo status quo (basta pensare alla composizione del consiglio di sicurezza per averne una chiara dimostrazione o al fatto che in un mondo dove aumentano gli attori non statuali esso si basi ancora solo sugli stati) e di evitare ogni forma di guerra e conflitto. Il realismo accetta la guerra come una delle possibilità della vita politica. Che il realismo non sia immobilista è testimoniato dal citato Kissinger che aprì alla Cina mutando gli equilibri della politica estera mondiale e tentò di sganciarsi dal Vietnam chiudendo quella guerra. Come è stato detto Assad cadrà, non ci sono dubbi e non mi pare di aver detto il contrario. Ciò però non significa che l’Occidente debba per forza di cose intervenire con l’ennesima guerra umanitaria, che era il tema delle domande e che come ho sottolineato presenta una pluralità di problematiche politiche, militari e storiche.
    Per quanto riguarda il caso dei Balcani, Sejo mi pare che tu sia decisamente esperto di quelle problematiche e come ho già detto non si può negare che lì la situazione malgrado una certa stabilità non sia delle più rosee. La mia impressione è che lì la situazione sia semplicemente congelata o sbaglio?
    Mi si chiede chiarezza. “Gli interventi umanitari non funzionano”, questa è opinione diffusa non per questo deve essere accettata da tutti. Certo bisogna capire che tipo di situazione è presente sul territorio, ma molto dipende da chi la vive. Un burocrate sunnita di medio livello iracheno molto probabilmente ti dirà che stava meglio con Saddam quando aveva un lavoro, luce elettrica tutto il giorno, acqua potabile e non rischiava di saltare in aria ogni volta che usciva per Baghdad. Un curdo iracheno ti dirà che ora è molto meglio senza quel pazzo gassatore di Saddam. Opinioni condivisibili entrambe, ma se devo valutare nel suo complesso un’operazione militare il fatto che dopo anni dalla sua conclusione il conflitto sia ancora presente e la situazione politica sia tutto tranne che pacifica e stabile, mi sembra scontato dare un giudizio negativo (la Somalia è un altro esempio così come l’Afghanistan ecc.). La Libia presenta la stessa situazione. Io non credo che un paese in cui quotidianamente ci si ammazza perché si fa parte del clan sbagliato, si possa considerare figlio di un successo di una qualsivoglia guerra. Anche perché il paese in questione resta estremamente instabile diventando di conseguenza terreno fertile per attività criminali di varia natura e un elemento di instabilità per i suoi vicini. Resta vero che capire cosa sia la vittoria non è sempre facile, ma non vedo come una Libia instabile, frammentata, senza una guida politica possa essere considerata una vittoria.
    Certo è importante capire se la situazione A è meglio o peggio di quella B, ma è ancor più importante capire per chi è migliore quella situazione e perché. Ed è questo il punto su cui la strategia politica occidentale ha spesso fallito. Come ho detto prima molto dipende dal punto di vista di chi è coinvolto non dalla situazione in sé. Questo non vuol dire che era meglio con Gheddafi o che bisogna difendere Assad, ma solo che intervenire senza sapere bene come e con chi si ha a che fare, come mi pare si sia spesso fatto, è pericoloso e controproducente. E lo è ancor di più se l’intervento avviene all’interno di una guerra civile che per definizione è un vero e proprio ginepraio.
    Infine non posso condividere l’affermazione per cui il motivo dell’intervento in Libia (come altrove) sia irrilevante. È rilevante eccome se si pensa alle spese sostenute e se la parvenza che si è data al tutto ha l’aggettivo “umanitario”. Perché, e qui l’argomento si amplia, se si interviene per il petrolio, per il gas, per ragioni politiche e quant’altro allora è chiaro che ogni situazione va valutata singolarmente. In questo caso, è ragionevole e coerente scegliere in quali teatri intervenire e in quali no. Ma se si parla di diritti umani, come il concetto di guerra umanitaria da cui questo breve intervento ha preso spunto presuppone, allora l’unica ragione valida per l’intervento dovrebbe essere la violazione dei diritti il che quindi ci porta alla questione del perché i libici abbiano più diritti dei siriani.

    • 9 marzo 2012 13:02

      Andrea Beccaro, grazie per la risposta. Giusto per sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento: ho per il termine realista e per il realismo in campo socio-politico-filosofico immenso rispetto come, va da sé, per chi si iscrive in quelle fila.
      Ho trovato più che condivisibili, ad esempio, i paper “The Perils of Empire” e “The Perils of Occupation” della Coalition for a Realistic Foreign Policy. Mi sono sempre stati chiari i pericoli dell’overstretching, da umilissimo lettore della bibbia di Edward Gibbon.
      Temo semmai l’idea declinista che trova nell’anglosfera una nuova prospettiva globale ma, confesso, solamente perché taglierebbe fuori il nostro Paese. Per tacere di BH Obama.

      Grazie per l’«esperto» ma sono solo, per nascita, un dirimpettaio dei Balcani. Ci si passava le vacanze d’estate, dal sud al nord. È un’area per la quale ho affetto e dunque attenzione. Sì, senz’altro, la situazione è congelata e c’è da augurarsi che, piccoli aggiustamenti a parte, rimanga tale. Anche perché, appunto, da Valona a Sarajevo le madrase hanno sfornato e sfornano combattenti per l’Afghanistan e l’Iraq e, domani, chissà dove. È tuttavia una buona notizia la cessazione delle ostilità diplomatiche romene contro l’ingresso della Serbia nella Ue. Un passo verso la pacificazione possibile, che è meglio della guerra – calda o fredda – reale specie fra gli ortodossi del meridione.
      Mi auguro, con tutto il rispetto per i nostri militari e degli altri Paesi Nato, che sia sotto vigilanza quel che accade nella follia geografica chiamata Kosovo. Se il Montenegro è largamente la Montecarlo dei trafficanti, un luogo di feste e riunioni, la repubblichetta islamica è un centro logistico-direzionale di primaria importanza.

      Tornando però alla Siria. Rinnovando il rispetto blablabla, ho la sensazione che l’Occidente si farà cogliere impreparato dagli sviluppi locali. Storica arretratezza nell’area a parte, e con l’ovvia presenza prima sovietica e poi russa, mi pare che non ci siano «our bastard», ma neanche «sarti di Panama», da quelle parti.
      Togliendo quindi l’orrore per il massacro del caro alauita, e con la consapevolezza di non essere interno alle informazioni dell’intelligence, mi chiedo in quale misura sapremo intervenire – in termini generali, non necessariamente o esclusivamente militari – quando accadrà il patatrac; che ripercussioni avrà sui contingenti europei in Libano, ovvero la sicurezza delle vite dei militari impegnati a dirigere il traffico nelle aree sciite. Rinnovando la preoccupazione per il ruolo gran-turco dell’Akp e dei gülenisti.

  5. 17 luglio 2013 13:58

    Thanks for finally writing about >LOccidente non vince più guerre | shylock <Liked it!
    booker t texas lemon law

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  1. Fate vobis « Fnord! – parte della Eris Society italiana

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