Skip to content

fratelli di pregiudizi

21 febbraio 2012
by

Dei miei viaggi in treno su e giù per la Penisola ho già riferito qui e qui. La mia condizione di settentrionale in transito nel Mezzogiorno fa di me il bersaglio privilegiato di quelle conversazioni da scompartimento incentrate sulle differenze tra Nord e Sud, particolarmente care a tanti viaggiatori. L’idea che mi sono fatto è che se in Padania spopolino i pregiudizi sui meridionali cialtroni, improduttivi, sfruttatori dell’operosità del Nord, tutti temi amplificati dalla Lega, a Sud spopolino pregiudizi di segno rovesciato, su un Nord sfruttatore e vessatore la cui ricchezza si debba in larga parte al costante impoverimento del meridione. Sull’onda di popolarissimi libri è convinzione comune che la fine dell’età dell’oro nel Sud coincida con l’Unità d’Italia che non sarebbe stata il compimento di una volontà comune nella Penisola bensì lo strumento in mano ai Savoia per depredare il terzo Stato più ricco d’Europa.  Inutile citare dati e statistiche che diano prova dell’incredibile arretratezza del Regno delle Due Sicilie, con indici elevatissimi di analfabetismo, con un’economia pre-moderna, privo di quelle minime libertà politiche concesse invece dagli odiati Savoia. Inutile spiegare che – fatti salvi i tantissimi errori della nostra Unità – la forbice tra Nord e Sud si sarebbe ridotta per quasi cento anni, grossomodo fino agli anni Cinquanta, quando il settentrione si mise a correre in pieno boom e il sud rimase al palo. Inutile dire che, di conseguenza, le responsabilità per il mancato decollo del Sud non vadano addebitate solo ai piemontesi (o alla massoneria, chiamata in causa dai più sofisticati) ma, semmai, anche a scelte un po’ più recenti, ad opera, non poche volte, dei tantissimi uomini politici e di governo che il Sud ha espresso nell’Italia repubblicana. I cui stanziamenti economici in favore del Mezzogiorno non contribuirono in alcun modo a colmare quell’enorme gap che esisteva ben prima dell’Unità tra un Nord in parte industrializzato ed un Sud agricolo, ma semmai servirono prima di tutto a comprare il consenso.

Annunci
9 commenti leave one →
  1. 21 febbraio 2012 22:04

    Inutile spiegare questa e molte cose. Come spesso purtroppo su molti argomenti in questo nostro paese, che soffre di una connaturata mancanza di laicità come metodo… Sigh

    • 23 febbraio 2012 15:18

      Parole sagge ‘povna. Se poi pensi che in Italia la maggior parte dei laici ritengono la laicità il fine e non il mezzo (in senso di metodo), beh, allora siamo messi proprio male!

  2. 22 febbraio 2012 07:14

    Tutto vero e tutto giusto, ma sono dati di fatto che – con i re Borbone – insieme alla forca ci fossero «festa e farina»; con i re franco-piemontesi – insieme alla repressione dei moti contadini – tasse sul macinato e sul sale. Concetti, ed esborsi, sconosciuti ai sudditi analfabeti e poverissimi delle Due Sicilie. Per tacere della leva obbligatoria o dei gulag per i legittimi soldati del regno perduto.
    Non che si possa pensare ad una età dell’oro con la dominazione angioina prima e iberico-napoletana poi. Se ve ne è stata una, si è conclusa con la fine dell’Impero romano guidato dagli svevo-normanni. Ma questo vale per chiunque, da Lampedusa a Lubecca.

    Poi, per carità, in mancanza d’altro, in Italia è facile attaccarsi al campanile. Il sentimento provinciale – provincialotto – non è mai passato di moda e negli ultimi anni, come avete ricordato, lo si è fomentato.
    Io ad esempio mi son sempre sentito un levantino. Vicino a un greco, armeno, libanese, persino – God forbid – turco; meridionale, men che mai. L’immagine dell’indolente mal si acconciava a gente definita «lombardi del sud» e figlia di una città ed una provincia ricche, vibranti di spirito mercantile. La medisma differenza che passa fra il sole che sorge e quello che spacca la terra dopo il mezzogiorno: con l’alba, non si dorme. E i liguri come settentrionali, spiace, ma neanche questo. I genovesi, poi. Più simili a marsigliesi e napoletani. Gente di Mediterraneo con poco a che spartire con le brume che si trovano oltre le vostre belle montagne e la generalizzata idea di cretinismo endemico associata a chi vi abita.

    Quanto al ceto politico meridionale, brividi. Salvo don Raffaele, mio nonno, che almeno – oltre a rompere i coglioni in consiglio comunale, dove credo sia eletto vita natural durante, per abbonamento – se ne andava ad occupare i latifondi insieme ai disgraziati.
    Passano gli anni, cadono i muri, mutano i nomi di partito e quegli elettori non se ne stancano mai. Se piace così, avranno la loro convenienza. Tutta borbonica.

    • 22 febbraio 2012 07:17

      (…) «medisma» sta per «medesima».
      (…) dove credo sia [stato] eletto (…).

      La giornata, provinciale, del refuso.

    • 23 febbraio 2012 16:00

      Vi fu la tassa sul macinato, vi fu la violenta repressione del brigantaggio, vi fu la leva obbligatoria. La prima fu certamente una follia, il brigantaggio esisteva da decenni e – con metodi drastici – fu debellato, la leva obbligatoria stava prendendo piede in tutt’Europa e si rivelò un fondamentale strumento per la nazionalizzazione delle masse, tanto in senso nefasto quanto quale strumento per far partecipare i cittadini al senso di uno Stato comune. (per quanto io provi poca simpatia per l’educazione militare, è innegabile che la leva obbligatoria, fino a pochi decenni fa, rendeva possibile l’incontro tra giovani uomini di provenienze regionali diverse che giocando certamente un ruolo nella conoscenza reciproca e nel superamento di certi pregiudizi e facili stereotipi).

      P.S. Sulle similitudini tra genovesi, napoletani e marsigliesi, credo di poter dire che ti sbagli. Dopo i miei molti mesi di vita genovesenapoletana e l’osservazione delle due città e del loro carattere, beh, Genova è irrimediabilmente la propaggine più meridionale del nord e Napoli…beh, Napoli è una città a sé, forse più simile a Marsiglia che non a Genova. Certo, le tre sono accomunate da una storia sui mari (anche se solo Genova ha dominato i mari, e solo i genovesi sono stati costretti ad espandersi via mare in assenza di terre attigue con cui sostentarsi ed arricchirsi), sono città intrinsecamente cosmopolite ma a Genova non respiri per nulla il calore meridionale, persino la luce è diversa. I genovesi sono chiusi, severi, diffidenti, tutte caratteristiche che ben poco di adatterebbero ai napoletani (e forse anche ai marsigliesi, che poi son soprattutto corsi e campani).

      • 25 febbraio 2012 10:07

        Sbaglio senz’altro, carissimo. Ma non è questo il punto del pregiudizio e della percezione dell’altro da sé?
        Quanto al resto, di nuovo, tutto vero e tutto giusto.

        Don Raffaele, che liberale non è mai stato, nemmeno per un giorno, mi diceva che il male del meridione era l’assenza di una classe borghese. Se ci si pensa, i liberali lì erano i latifondisti. Dei nemici di classe, eventualmente, ma anche della propria classe.
        Nella fase preunitaria e dopo con i franco-piemontesi, lo Stato faceva e disfaceva tutto. Convocava alla leva, forniva il posto di lavoro, costruiva una burocrazia che ricalcava esattamente quella borbonica e perpetuava il sistema dei favori, della raccomandazione, del rivolgersi a, della devozione in cambio di protezione. La stessa struttura che si diede in Sicilia la mafia e che è comune a tutte le civiltà preindustriali.
        Mi pare improbabile, oggi, che il Mezzogiorno possa cambiare. Tanto più che siamo in fase definitivamente recessiva dal punto di vista manifatturiero e che la mobilità sociale – dei meridionali come di chiunque altro in Italia – risiede nella capacità strettamente individuale di mobilità geografica.

        • 27 febbraio 2012 18:05

          Lo Stato faceva e disfaceva tutto ma era pur sempre uno Stato debole, incapace di dare una “scossa” ad un Meridione che ne avrebbe avuto un gran bisogno. Non fu soltanto responsabilità dei piemontesi: quando, dopi il ’76, la classe dirigente si meridionalizzò profondamente, le cose per il Sud sarebbero cambiate, ma non quel tanto necessario a mutare abitudini, pratiche, tendenze che ancora oggi frenano terribilmente la società meridionale

  3. 23 febbraio 2012 14:12

    E il centro? Da che “parte” sta (in maggioranza)?

  4. 23 febbraio 2012 15:10

    non vorrei sbagliarmi, ma non mi pare che nelle Marche o in Umbria si invochi il ritorno del Papa Re. Neppure in Toscana si è in attesa del Granduca. E Roma, direi ci abbia solo guadagnato ad esser diventata capitale dell’Italia e non solo di uno staterello retto da preti e nobilastri. D’altra parte anche nella mia Liguria, dove i Savoia hanno avuto la mano pesante, a nessuno verrebbe in mente di addebitare i tanti problemi di oggi alla venuta dei piemontesi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: