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e se non fosse (ancora) la volta buona?

16 febbraio 2012
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Sono contento a metà, ad essere sincero. Perché se è vero che la candidata voluta dalla sinistra degli affari ha perso, e se è vero che il PD esce dalle primarie genovesi con le ossa rotte, non sono per nulla convinto che il già veneratissimo Marco Doria possa essere la persona giusta. Non tanto la persona giusta per vincere le prossime elezioni, bensì la persona giusta per governare questa città sempre più sclerotizzata, sempre più nelle mani di comitati d’affari, sempre più vecchia e pessimista. Non ho certo paura di Marco Doria perché è un comunista né nutro sospetti verso di lui perché è figlio del marchese rosso e discendente di nobilissima schiatta. A lasciarmi perplesso è semmai il suo entourage, quella fetta di società civile che lo ha eletto a salvatore della patria. Perché in fondo, Doria è il candidato dei salotti e dei movimenti, è l’opzione vincente per l’alta borghesia sinistrorsa e per i nostalgici, per gli armatori letterati e per i portabandiere dell’antipolitica. Se ha ragione Paolo Villaggio – ed io penso abbia ragione – nel ritenere che la morte di Genova vada in larga parte addebitata ad un’alta borghesia egoista, gretta, benpensante e, aggiungerei io, ad un radicalismo esasperato, allergico alle analisi, votato alla protesta lamentosa (che è poi una versione aggiornata del tradizionale mugugno), ho i miei dubbi sul fatto che a vincere sia stato il nuovo. Semmai, una versione melanconica e post-moderna del vecchio, in grado di serrare intellettuali ex organici a giovani scalmanati, signore dei salotti a folkloristici transessuali. Spero di sbagliarmi, spero che Marco Doria sarà bravissimo e – qualora eletto – si dimostri in grado di far piazza pulita di quelle forze che hanno infiacchito questo città bellissima, che ne hanno minato lo sviluppo, che le hanno compromesso il futuro. Dovrebbe però cominciare da chi gli sta attorno, da quegli intellettuali per tutte le stagioni che si trascinano, sempre eguali a se stessi, da 40 e più anni a questa parte; dovrebbe liberarsi di quei professionisti dai nomi prestigiosi, anti-sistema quando si parla di politica ma integratissimi quando si parla di affari, soprattutto dei loro affari. Dovrebbe contenere i professionisti della protesta, gli adoratori dei movimenti, i maniaci della decrescita felice, gli schizofrenici che reclamano sviluppo senza porto, senza strade, senza ferrovie e senza qualche altra decina di cose. E dovrebbe far le pernacchie ad una cricca di gattopardi politici, ieri massacrati alle primarie e oggi già pronti a saltare sul cavallo (forse) vincente.

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9 commenti leave one →
  1. 17 febbraio 2012 00:02

    Non conosco Doria ma quoto, in linea generale. Le storie di certa intelligentsia di sinistra si assomigliano tutte, inevitabile quindi un confronto con Pisapia. Sono molto pessimista sulla capacità di questi personaggi di non essere alla fine semplici specchi per le allodole
    Se poi ci fai caso, spesso il radicalismo, il velleitarismo verbale di cui parli, così frequente nelle file della borghesia rossa, si accompagnano alle operazioni più squallide. Lo dico per scaramanzia, ovviamente.

    • 17 febbraio 2012 11:29

      Hai detto bene, credo che tutto questo desiderio di “nuovo” da parte dell’establishment, sia soprattutto velleitarismo e retorica. Perché in fondo è tutta gente che col “vecchio” ha convissuto benissimo, che si è arricchita, si è accaparrata incarichi e poltrone, ha prosperato senza particolari problemi. Prosperato anche ai danni di una città tendenzialmente paralizzata dalle beghe tra armatori, operatori portuali, industriali, politici modesti ma potentissimi. L’affermazione del “nuovo” dovrebbe corrispondere alla messa in discussione di molte delle rendite di posizione di questo establishment radical chic che dubito sia disposto a cedere quella fetta di potere che ha saldamente in mano.

      P. S. Non inganni la presenza di Don Gallo quale guru di Doria. Il prete di strada, a cui certo non mancano i tic del radicalismo movimentista, ha senza dubbio tantissimi meriti e sarebbe ingeneroso parlarne male. Chi conosce bene Genova sa però che l’alta borghesia cittadina è spesso cattolicissima: lo è tanto nella versione “tradizionalista” propria del mitico cardinal Siri (e del suo allievo Baget Bozzo) quanto in quella progressista di don Gallo, del predicatore don Farinella (a cui si devono schieratissimi articoli su Repubblica e Micromega) e del defunto prete da salotto don Balletto. Insomma, “il prete” non è garanzia di una certa trasparenza o purezza ma può più facilmente essere funzionale al sistema.

  2. 17 febbraio 2012 11:37

    Di nuovo, chino il capo dinanzi le dichiarazioni d’amore verso la terra. È da quando vidi per la prima volta Via col vento che sono vittima di quel sentimento.
    Però Felice Cavallotti e Mario Pannunzio – come la miglior storia europea, dalla Gran Bretagna whig in poi – si rivoltano nella tomba per l’uso distorto del termine «radicalismo».

    • 17 febbraio 2012 12:06

      Se ne vuoi fare una questione nominalistica, caro Sejo, ti consiglio di rivederti un libro che quasi certamente avrai già letto: è Radical chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto del grande Tom Wolfe. Certo, a Genova non scorreranno fiumi di champagne né si mangeranno ostriche e caviale in attici sul Central Park con sottoscrizione di fondi per i simbionesi, ma in quell’ironico volumetto si trova un’analisi intelligente del velleitarismo di certa gauche caviar. E troverai un’efficace descrizione di quel certo radicalismo.

  3. 17 febbraio 2012 14:16

    L’ho letto, godibilissimo, ma stai sussumendo un vocabolario statunitense. Sono riferimenti culturali diversissimi. Difatti, i nostri cugini francesi – che hanno conosciuto il radicalismo storico come parte centrale della loro storia plurirepubblicana – chiamano quel mondo, come dici, sinistra al caviale.

    Quelle persone non hanno nulla di radicale. Hanno tanto di sinistra – capitalismo di Stato, élite autonominatesi e autorigeneranti, disprezzo per la mobilità sociale – e forse, glielo auguro, di uova di storione. Anche se qui preferiamo nettamente il foie gras.

    • 17 febbraio 2012 18:04

      Che ti piaccia o meno, Sejo, in Italia si parla di radical-chic al posto di sinistra al caviale e di sinistra radicale per quella frangia sedicente antagonista e anti-sistema che milita alla sinistra del PD.
      E’ vero che “radicale” designa una specifica formazione politica italiana, ma è anche vero che, etimologicamente, non è sbagliato definire radicali i sostenitori (spesso solo per via retorica) di soluzioni rivoluzionarie e di una critica totale del sistema

  4. 22 febbraio 2012 07:20

    Certamente. Come si parla di festival della canzone italiana per Sanremo. So mica se la realtà – e la storia delle dottrine politiche – passi per la stampa.
    Parlerei di massimalismo, di sinistra massimalista, e anche qui solo per approssimazione.

    • 22 febbraio 2012 11:54

      il paragone con il festival di Sanremo mi è piaciuto moltissimo!
      Sejo-Shylock 1-0

  5. 23 febbraio 2012 09:39

    Ahahahahahahhahahahahahha!
    Giuro che non ero in modalità competitiva!

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