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tutto cambia, nulla cambia

19 ottobre 2011
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“L’Italia potrebbe essere considerata un ideale campo di indagine per lo studio della retorica dell’intolleranza e cioè di quel tipo perverso di lotta politica che Albert Hirschman ha definito un ‘dibattito politico senza comunicazione’. una sorta di ‘guerra civile condotta con altri mezzi’, aperta con il fascismo, continuata con la guerra fredda e culminata negli anni di piombo e nel terrorismo mafioso ma prolungatasi fin dentro il dibattito sulla questione morale. un elemento costante è l’uso di argomenti (in primis, la teoria del complotto) atti a schiacciare l’avversario, a delegittimarlo, a infangarlo e infine ad annientarlo. Tutto il contrario di quanto dovrebbe avvenire in una normale democrazia, in cui il funzionamento del sistema dipende proprio dall’accettazione di parti e schieramenti concorrenziali che si confrontano sui problemi (economici, sociali, fiscali, giudiziari, ecc.) e sui modi di risolverli. In Italia una logica politica fortemente marcata di ideologia ha impedito di emancipare il discorso pubblico dalla distruttività e di rendere il confronto fra i partiti più congeniale al gioco democratico. Una democrazia, infatti, acquista legittimità e consenso nella misura in cui le decisioni sono il frutto di un processo deliberativo aperto, pienamente dispiegato, e in grado di coinvolgere i suoi gruppi principali nell’accettazione dei valori fondanti del sistema (liberaldemocratico) e con ciò di rendere possibile il governo stesso del sistema. Le logiche manichee e neogiacobine, sintomi della debolezza e della vulnerabilità della cultura democratica italiana, non sono che il riflesso del deficit originario di un sistema in cui le parti politiche non si sono mai costituite in rapporto a valori fondanti e condivisi (lo stato di diritto, le istituzioni) ma solo attraverso identità di ‘parte’, che presumevano di riflettere il ‘tutto’ (o le logiche spartitorie del sistema partitocratico)”.

Z. Ciuffoletti, Retorica del complotto, Il Saggiatore, 1993.

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