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La politica dell’intimità

17 ottobre 2011
by

Intimacy

Un post di Ebu (Eugenio)

Vorrei parlare di un aspetto del rapporto pubblico/privato che trovo particolarmente interessante, ma per farlo è necessario che io faccia una premessa. Va infatti precisato che la dicotomia che oppone il pubblico al privato è, almeno secondo me, fuorviante. In realtà ciò che esiste realmente, a mio avviso, è un continuo fra ciò che è completamente intimo e ciò che è pienamente pubblico. Ad un estremo ci sono i segreti (non dimenticando che gli unici segreti sono quelli che nemmeno confessiamo a noi stessi 🙂 ) mentre al lato opposto ci sono tutti i comportamenti con cui deliberatamente vogliamo comunicare con il resto della collettività. Fra questi due poli, più in là o più in qua, si trova tutto il comportamento umano. E, ovviamente, il come e il dove i comportamenti si posizionano è qualcosa che dipende fortemente dai tempi correnti, quando dalle singole personalità (anche se orientativamente ci sono delle costanti).

Fatta questa premessa ecco l’oggetto di questa proposta di riflessione: ciò che si situa nella sfera del completamente privato è mera materia di cambiamenti di costume, o c’è un principio a cui dovremmo ispirarci? E’ qualcosa che ha a che fare con il progresso dell’intelligenza umana? E’ qualcosa che deve essere oggetto di attenzione politica, o è qualcosa che riguarda noi e solo noi stessi e ci possiamo fare quello che più riteniamo opportuno?

Affrontiamo il problema con qualche esempio.

Poniamo che io sia infelice e frustrato. Indubbiamente questa è una condizione che ha a che fare con il mio privato. Ma poniamo che qualcuno di voi notasse che la causa di questa infelicità non è, per così dire, esistenziale ma legata a delle condizioni sociali. Allora potrei provare ad incanalare questo mio stato emotivo in un comportamento politico. E’ una cosa molto sensata. Non c’è dubbio che se la causa del mio dolore fosse una legge iniqua che mi marginalizza arbitrariamente, l’atto di politicizzare il mio privato potrebbe comportare mutamenti importanti.
In questo caso, mi sembra di poter concludere a ragion veduta che il privato debba essere oggetto di attenzione politica.

Potrei fare un altro esempio riguardo alla credenza in tesi metafisiche, ma questo ci porterebbe sul piano della religione che, sebbene pertinente, ci porterebbe in un ginepraio troppo complicato.

Prendiamo allora un tema più facile, la sessualità. Poniamo quindi che io abbia abitudini sessuali devianti rispetto alla frequenza statistica della norma – che io ad esempio sia omosessuale. Questa pratica risulta disturbante per la sensibilità media della mia comunità e di conseguenza mi ritrovo a vivere la mia vita ponendomi in una sottocultura con tutti i limiti che ciò comporta. Ma è giusto accettare di vivere in una sottocultura? Non è forse un atteggiamento conservatore, autodelegittimante, intriso della introiezione di una vergogna che non ha ragion d’essere?
Indubbiamente il fatto che la mia comunità consideri l’omosessualità deviante è sbagliato. Non è un comportamento lesivo nei confronti di nessuno e dunque non merita di essere censurato. E‘ un modo di essere, come ce ne sono tanti, probabilmente è in parte genetico o comunque ascrivibile a cause in ogni caso trascendenti. Questo fatto meriterebbe di essere soggetto di attenzione politica.

Potrei legittimamente aspirare alla formazione di un movimento politico e culturale per l’accettazione dell’omosessualità perché un mondo che sa che non è normale ciò che è praticato dalla maggioranza, ma che è normale ciò che è naturale è un mondo più giusto e più sicuro per tutti.

Per farlo però dovrei palesare al mondo un’ampia parte della mia sessualità, una sfera che non a torto viene ascritta come la più intima delle attività umane. Ed io potrei trovare difficile o semplicemente non avere voglia di fare del mio corpo una bandiera. Ma se questa mia reticenza dal mettere la mia sessualità di fronte al mondo non fosse legittimo pudore, ma frutto di quella odiosa vergogna esogena che provo ingiustamente e che mi allontana da me stesso e allontana il mondo dal progresso di cui parlavo prima?

Questa è una domanda cruciale, ma a questa domanda credo sia inutile dare una risposta. Quel pudore però è la risultante di un ampio fascio di fattori, fra cui anche quegli elementi repressivi che vengono dall’educazione ma che purtroppo hanno trasceso. Questa vergogna, ad esempio, è impastata anche da quelle autocensure che fanno sì che noi tutti riusciamo a trattenerci da pulsioni normali, quanto sconvenienti (come ad esempio il parlare alle persone da cui siamo attratti e poi tentare l’accoppiamento, e non viceversa). E in ogni caso il mio pudore è un tratto semipermanente della mia personalità che si è formato in un’epoca ormai remota.

Ora, non dico che questa difficoltà rendono la domanda poco interessante, ma sostengo che sia troppo difficile dare una risposta razionale ed agire di conseguenza.
Questo scoglio però non implica l’abbandono del progetto di politicizzare la sfera sessuale. Il punto è che io posso praticare la politica anche senza fare ricorso al corpo, alla pubblicizzazione della mia omosessualità. Posso difendere gli omosessuali e tutti i diversi in genere a partire dal sacrosanto principio che la diversità è normale, che un mondo chiuso sulla credenza della superiorità del nucleo familiare eterosessuale è un mondo che non sa guardare alla realtà della natura umana. Non parto quindi dalla mia identità specifica, ma da un principio generale*.

La mia conclusione è quindi che si possono fare politiche progressive che tocchino il privato senza necessariamente deprivatizzare quest’ultimo.

*Inoltre questi termini aiutano ad approfondire il valore teorico del ragionamento e preserva da una delle derive negative del multiculturalismo che ci portano a vedere la diversità come identità diverse da far convivere fra loro. Quando invece la diversità è tale quando è omogeneamente distribuita. Altrimenti si ottiene un effetto paradosso: nel momento in cui ci si riesce ad identificare, ci si crea un ghetto intorno (reale o morale poco importa) che chiamiamo erroneamente comunità.

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10 commenti leave one →
  1. 17 ottobre 2011 17:43

    Gran bella riflessione, Eugenio. Molto, molto stimolante la precisazione in calce.

  2. 17 ottobre 2011 17:53

    Gran bella nel senso di lunga vorrai dire…

  3. 17 ottobre 2011 17:54

    Grazie Sejo, per la riflessione in calce mi sono accorto ora che l’ho fatta cadere come se fosse qualcosa di cui ho studiato tutta la letteratura esistente, in realtà era una riflessione così su due piedi… spero non sia una panzata tremenda 😀

  4. 18 ottobre 2011 08:32

    Un paio di riflessioni: innanzitutto, nel caso specifico degli omosessuali, la battaglia civile per un riconoscimento pubblico ha portato all’emancipazione da quella sottocultura a cui fai riferimento. La comunità gay oggi è grande, variegata, alla luce del sole. O in alternativa, molti omosessuali vivono la loro condizione nel privato ma non per questo vittime della necessità di nascondersi. Si tratta di scelte, e credo che il rispetto delle scelte individuali sia una regola aurea. Sia per chi aderisce, magari acriticamente, al “mondo gay” per ottenere sicurezze, riconoscimento, per aderire a qualcosa di confortevolmente identitario (credo che l’adesione di molti alla comunità LGBT abbia più a che fare con una questione identitaria e sociale che non politica), sia per chi invece sceglie di vivere la propria sessualità in una sfera più intima e riservata.

    In certi casi credo che fare di sé e del proprio corpo bandiera sia una necessità: la “politica” in senso lato è anche testimonianza, è simbolo, così come lo è la religione, così come lo sono altre esperienze sociali. Puoi anche costruire un partito, un movimento, un’associazione in difesa delle diversità, ma non può esser solo una questione “teorica”, occorrono esempi, è necessario che quella diversità si faccia carne, sia tangibile.

    • 18 ottobre 2011 12:00

      Si’ il mio voleva essere un esempio teorico, cmq considerando che praticamente in tutta l’africa e gran parte dell’asia l’omossessualita’ e’ perseguitata non mi sembra si possa dire che il mondo ha accettato la cosa.. ma capisco che tu ti stia riferendo all’occidente.

      Per quanto riguarda la testimonianza sono pienamente d’accordo. In casi estremi non si puo’ far altro che fare ricorso al proprio corpo per fare politica. Quello che volevo sottolineare e’ che in condizioni normali non e’ necessario.

      Certo non puoi costruire un movimento per la diversita’ ma puoi ragionare in questi termini nel momento in cui fai politica in senso lato.

  5. 18 ottobre 2011 12:00

    Shylock, francamente non so. Basta stare a scuola un giorno, luogo per il quale passa tutta la popolazione italiana, per farsi parecchie domande sul concetto di emancipazione…

  6. 18 ottobre 2011 18:36

    Spesso i segreti che non osiamo confessare a noi stessi sono più evidenti e quindi molto più di dominio pubblico di quanto noi possiamo pensare…

    Per quanto riguarda il resto, mi associo ai complimenti per la profonda riflessione. Secondo me sia il grado di riservatezza, sia la deprivatizzazione possono essere molto soggettive e non dipendono solo dalle persone stesse, ma dal contesto culturale e sociale nel quale vivono e dal ruolo che svolgono in esso…
    E comunque anche la deprivatizzazione in sé, se avviene in una società nella quale si possono condurre battaglie e soprattutto ottenere dei risultati, è una libera scelta individuale, probabilmente effettuata in base ad una scala di valori secondo la quale la deprivatizzazione stessa è meno importante dello scopo che si vuole raggiungere.
    In questa situazione, poi, l’obiettivo è qualcosa di positivo (per es. porta benessere o migliora le condizioni di un certo gruppo, come appunto gli omosessuali) e quindi anche la deprivatizzazione (ameno fino ad un certo punto) non dovrebbe essere vista come una cosa negativa. No?

    • 19 ottobre 2011 10:16

      Assolutamente d’accordo. Nulla di negativo, semplicemente volevo sottolineare che non si tratta di un valore in se’ e che e’ qualcosa a discrezione dei singoli.
      Noi eravamo piccoli ma ho sentito tanti racconti delle spiagge naturiste dove il bisogno di ribellarsi contro le costrizioni di una societa’ asfissiante era cosi’ forte che chi girava in costume (magari per non ustionarsi il sedere :)) veniva disprezzato in ogni modo..

      • 19 ottobre 2011 10:52

        Non son cose confinate nel passato: forse non sai che quest’estate una nostra comune amica è stata cacciata da una spiaggia nudista (naturista è un orrendo termine politicamente corretto) croata a male parole. Il fatto che non si fosse tolta il costume (non tutto, quantomeno) le è valso l’accusa di guardona e maniaca e la cacciata dall’edenico lido adriatico.

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