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la moda dello scetticismo ambientale

14 ottobre 2011
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Di ambientalisti scettici ce n’era già uno, quel Bjorn Lomborg ex Greenpeace, autore di un celebre saggio contro l’allarmismo ecologista in materia di cambiamento climatico, il quale l’anno scorso si rimangiò quasi tutto tornando ad essere uno dei paladini dell’intervento planetario contro l’innalzamento delle temperature. Internazionale pubblica il manifesto di un altro scettico, l’argentino Martin Caparros, provocatoriamente intitolato “contro gli ecologisti”. Caparros se la prende contro gli ecologisti-chic, magari annidati tra le star di Hollywood sempre in cerca di cause giuste da sponsorizzare, colpevoli di non rendersi conto che ci sono problemi ben più gravi ed immediati di quello del cambiamento climatico che sì, forse è reale, ma difficilmente dimostrabile e ancor meno facilmente risolvibile. Il novello scettico appartiene a quella categoria per cui ci sono sempre altri problemi più urgenti per cui battersi, come se sulla Terra le cose andassero risolte cautamente una per volta. La fame nel mondo è ben più importante del cambiamento climatico – sostiene Caparros: perché non occuparsi di quella evitando inutili allarmismi sulle condizioni ambientali del pianeta?

Non meno interessante è l’accusa che egli rivolge agli ecologisti, conservatori mascherati da progressisti, sostenitori di un’ideologia all’ultima moda che rifiuterebbe ciò che fino ad oggi ha mosso il mondo, il mutamento. A Caparros sembra non venire in mente che esistano mutamenti che conducono direttamente alla tomba; né, tantomeno, che l’agire umano è un impasto di conservazione e progresso: il problema semmai nasce laddove ciò che si conserva è peggio di quel che si tende a cambiare (i nostri tempi esemplificano al meglio questa tendenza). L’ennesimo ambientalista scettico finge di non capire che la novità dell’ecologismo è anche e soprattutto l’aver scardinato la dialettica destra/sinistra, ponendosi come punto di congiunzione tra progressisti e conservatori. E’ un’operazione non facile, non sempre riuscita come ben mostra il caso italiano, paese in cui  non vantiamo molti ecologisti-fighetti, e in cui l’ambientalismo politico è fallito, a riprova che l’aver privilegiato il momento “progressista” non ha pagato in termini elettorali né programmatici. Che gli ecologisti siano anche conservatori, lo dimostra il capitolo “conservare la natura” del “Manifesto dei conservatori” scritto dal filosofo Roger Scruton. Non avrebbe fatto male Caparros a leggerlo: si sarebbe reso conto che conservatore non significa solo fautore dello status quo o, peggio, nostalgico di mitizzate età dell’oro; “i conservatori – sostiene Scruton – non tendono a conservare qualunque legge, istituzione o consuetudine: il loro intento è mantenere quelle istituzioni che rappresentino le soluzioni collettive a problemi ricorrenti e che tramandino una conoscenza generata dalla società”. Un equilibrato rapporto uomo-ambiente è una di queste.

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13 commenti leave one →
  1. 14 ottobre 2011 09:41

    Beh, oddìo, non so se nel dibattito ambientalista italiano ci sia quest’uso di termini, ma in inglese fra ambientalista e conservazionista c’è una differenza enorme. Gli uni sono gli hippy quando non gli ecoterroristi, gli altri sono i tipi à la Fai.
    Questo, giusto per denunziarmi fra la tribù degli scettici non di parte. Quelli, per intenderci, cui non è chiaro perché il cosiddetto surriscaldamento – che altri scienziati definiscono glaciazione – debba essere considerato antropogenico quando di questo pianeta ancora non sappiamo nulla. Come, del resto, dimostra il caso «buco nell’ozono» col quale abbiamo arricchito le imprese di elettrodomestici e condizionatori purché ci levassero dalle scatole i cfc. Quei gas non si usano più e il buco è sempre lì. Scettici delle verità assolute quanto indimostrabili se non statisticamente. Ovvero, ugualmente indimostrabili.
    Il che non toglie come, da padrone responsabile, curi il mio bosco e la terra su cui sorge, faccia la raccolta differenziata e voglia installare pannelli fotovoltaici sul tetto della mia casa.

  2. 14 ottobre 2011 11:43

    Sono contento Sergio – posso chiamarti Sergio? a proposito, io sono Federico – che non siamo d’accordo, perché mi ero stufato di andar sempre all’unisono coi miei 4 lettori.
    Nell’attuale dibattito ambientalista italiano (?) non esiste la differenza fra ambientalista e conservazionista: il termine conservazionista, ancorché a mio avviso di grande efficacia, è vecchio, e si riferisce al movimento di protezione della natura prima che l’ecologismo diventasse una questione anche politica. E’ una distinzione che esiste però nei fatti, perché né i Verdi né Sel son la stessa cosa di Italia Nostra, del FAI o del WWF. Premesso che io mi riconosco più nel modello associativo che non in quello politico – nolente più che volente: se fossimo in Germania forse voterei per i Gruenen; in Italia non mi va di eleggere gente che non solo ha sfasciato un partito, ma, citando Flaiano, che per di più ha poche idee ma confuse – e premesso di essere conformisticamente refrattario agli -ismi, quelli ambientali compresi, credo che prendersi cura del Pianeta sia un imperativo categorico. Credo anche (ma lo dicono persone più competenti di me e lo stesso ex scettico Lomborg) che se i cambiamenti climatici son sempre esistiti, l’impatto dell’attività umana sia determinante nell’accelerazione del mutamento. E credo che certi cambiamenti, una volta superata una certa soglia, siano estremamente dannosi se non irreversibili. Ritengo perciò molto valido il cosiddetto principio di precauzione, che mi pare un approccio assai ragionevole (anche in altri ambiti, intendiamoci).
    Son ben contento tu faccia la raccolta differenziata, curi il bosco e ti proponga di installare pannelli fotovoltaici; Scruton direbbe, ed io con lui, che la conservazione dell’ambiente ha successo soprattutto in contesti domestici, familiari, nella dimensione locale, laddove è più evidente che prendersi cura di ciò che ci sta attorno significa anche prendersi cura di noi stessi.

    • 14 ottobre 2011 14:01

      Se ti può far contento, nemmeno io sono troppo d’accordo 🙂
      Solo apparentemente, in realtà. Non amo l’ambientalismo come ideologia, sia nelle sue varianti ‘di destra’, reazionaria e antimoderna, che in quelle ‘di sinistra’, un po’ isterica e incapace di riflettere sui problemi in modo pragmatico. Dei verdi italioti non mi far dire.
      Io credo semplicemente che dovremmo tutti conoscere il secondo principio della termodinamica e agire di conseguenza. Cerchiamo di non ‘sporcare’ troppo durante la nostra permanenza su questa terra, al di là di quello che oggi si dice sul global warming.

      Ah, una domanda: com’è che l’Amazzonia non se la incula più nessuno?

      • 14 ottobre 2011 14:42

        Se nel 1875 non fosse stata fondata la socialdemocrazia e gli operai non avessero cominciato a fare casino, secondo te Bismarck avrebbe concesso la legislazione sociale? Certo all’epoca esistevano padroni illuminati e conservatori lungimiranti consapevoli delle enormi difficoltà della classe lavoratrice, tuttavia i ragionevoli son spesso in minoranza ed incapaci di imporre le loro valide idee.

        Tu, Sejo e anch’io siamo forse persone più ragionevoli della media e comprendiamo anche senza iscriverci a Legambiente o agli Amici della Terra l’importanza di “non ‘sporcare’ troppo durante la nostra permanenza su questa terra”; molta gente, da sola, non lo comprende e lo spirito dei tempi ci vuole turbo-consumatori e dissipatori molto più che parsimoniosi centellinatori delle risorse naturali. L’ambientalismo come costruzione ideologica non è meno perniciosa di quelle che l’hanno preceduta, d’accordo; ma la presa di coscienza ambientale, che sia per l’Amazzonia (non temere, Greenpeace se ne occupa ancora) o per il giardinetto sotto casa che lo speculatore di turno vorrebbe far diventare un parcheggio multipiano, beh, quella sì che è importante, e forse ci salverà anche il culo.

  3. 14 ottobre 2011 14:32

    Certo che puoi chiamarmi Sergio ma, per tua informazione e quindi completa libertà di scelta, gli amici mi chiaman Sejo. Ovvero il suono che viene dall’interpretazione di come firmo: già a scuola, invece di parlare, lasciavo dazebao appesi ai muri. Loro, care persone, si adeguavano. Mi adeguerò a Federico, se è ciò che preferisci.

    Nel merito. In Germania potrei votar verde anch’io. Intanto, perché sono un partito pragmatico e poi perché – per suicidio dei liberali – sono l’unico erede del pensiero social liberal. Da noi, ci fosse un derby Berlu-Bonelli, voterei per Silvio pur di non votar Bonelli. Che poi, mi chiedo spassionatamente, come han fatto a sceglierlo segretario quando faceva parte della cricca che ha dissolto il consenso dei Verdi?

    Ancora più nel merito, ché tanto la politica politicante c’interessa poco. La grandezza del pensiero ambientalista largamente inteso è proprio in quel che dici e sono convinto che ogni persona sia convinta che «prendersi cura del Pianeta sia un imperativo categorico».
    Il punto che mi rende scettico – il che non equivale a negazionista, proprio l’opposto – è l’adesione totalmente ascientifica ad alcune teoria. Teorie che in alcuni case sono state prodotte con dati falsificati allo scopo di ottenere finanziamenti alla ricerca. Il che, va da sé, non significa almeno per me che l’assunto dal quale si parte sia falso. Può quindi anche darsi che ci sia un ruolo determinante del fattore umano nell’accelerazione di un fenomeno che ancora non so se mi risparmierà il riscaldare la casa da ottobre a aprile inoltrato o il contrario. Qui a seicento metri fa comunque un gran cazzo di freddo e ospiterei volentieri degli orsi polari venisse il gran freddo freddoso o gli si sciogliesse il playground.
    Non so, e non mi riferisco alla tua esposizione quanto al dibattito di cui ho letto sulla stampa, ma continuo a percepire gran parte di questa – perdono – isteria come un’adesione quasi religiosa. Anzi, togli il ‘quasi’. È religioso l’atteggiamento di fede incondizionata in una tesi non suffragata da dati storici – che non possiamo avere perché troppo giovani come specie scienziata e annotatrice, ok – ma ugualmente propagandata come verità assoluta. Tu dici «principio di precauzione» e sono d’accordo. Ogni sei mesi si va dal dentista e sarebbe bene andare anche dall’andrologo. Ma qui parliamo di altro. Parliamo di un processo di, boh, ammodernamento che dovrà esser fatto a spese degli individui.
    Di nuovo: tutto bene se finisce il petrolio. Gli arabi torneranno a marciare a dorso di cammello, ahimè sceicchi esclusi, per la mia gioia. Io non uso più gasolio e vado a pellet. L’auto andrà a colza o quel che farà salire ulteriormente il prezzo del cibo. Il che vorrà dire meno africani e indiani o cinesi, e mi spiace, ma tanto vivo nella vecchia, dolce Europa. Purché ci siano motori a scoppio, eh. A quel rumore non rinuncio.

    Però, ecco, se solo ci fossero meno sacerdoti. Meno scienziati e ricercatori truffaldini. Più dati e meno tesi. Perché è davvero grottesco creare – parlo degli Usa, per fortuna da noi tutto arriva in ritardo – ulteriore debito pubblico per agire goffamente e senza obiettivi chiari, quando alcuni parlano di surriscaldamento e altri di glaciazione. Ci sono già le guerre per questo, e l’Occidente ne sta diventando maestro.

    • 14 ottobre 2011 15:37

      Sejo (torniamo all’antico), gli scienziati truffaldini ci sono da ambo le parti, potrei citarti il caso di dati aggiustati ad hoc per non compromettere il finanziamento all’Università X o alla Fondazione Y da parte del Grande Gruppo della Chimica o di una delle Sette Sorelle (esistono ancora?). Semmai, per un umanista come me che un po’ invidia il rigore della scienza, è sconcertante ci siano ricerche che condotte da equipe diverse danno risultati diametralmente opposti o comunque assai dissimili. Alla fine che si fa?, si finisce a credere a chi è più simpatico, a chi più si avvicina alla nostra sensibilità, a chi presenta dati che ci sembrano meno condizionati dai pregiudizi e dal nome del finanziatore.

      E poi comunque i dati vanno letti nel complesso: ogni due per tre quelli che tu chiami negazionisti corrono a dire che non è affatto vero che la superficie boscosa va restringendosi ed anzi, in Italia è aumentata nell’ultimo decennio. Cosa verissima, ma che non tiene conto che l’Italia non è il mondo, e che se da noi aumenta, altrove diminuisce alla velocità dei neutrini; e poi, che il ritorno della foresta, chez nous, non è tanto un bene, perché coincide con lo spopolamento delle aree rurali il che significa anche totale assenza di controllo su zone che potrebbero diventare idrogeologicamente minacciose.

      Tu dici che “ogni persona è convinta che prendersi cura del Pianeta sia un imperativo categorico”, ma io potrei citarti molti casi di persone – per nulla stupide tra l’altro – che del pianeta se ne fottono altamente, così come se ne fottono di fare la differenziata o se ne fottono di limitare l’uso dell’automobile. Se le persone convinte “che prendersi cura del Pianeta sia un imperativo categorico” fossero anche la maggioranza, cosa della quale dubito fortemente, beh, non credi che ciò si debba anche alla sensibilizzazione che nel corso degli anni è stata fatta su questi temi?

      Poniamo anche che il surriscaldamento globale (che c’è) non abbia un’origine antropica: non è forse frutto della volontà di screditarli far credere che gli ecologisti si occupino solo di quello? Come ho già detto, mi piacciono gli approcci pragmatici per cui il mio impegno ambientale si è esplicato nella difesa dei parchi cittadini (che incauti politici e assatanati speculatori edilizi vorrebbero far sparire); nello sventare la cementificazione della costa, affinché il mare non sia solo per natanti ma anche per bagnanti; nell’affermare una mobilità sostenibile, non solo, o non tanto, perché le automobili inquinano, ma perché saturano lo spazio pubblico, perché rendono le città invivibili, perché rendono necessaria la costruzione continua di nuove infrastrutture.
      Non è che voglia far mostra del mio “lavoro”, anzi: ma dimmi un po’, non è forse anche questo ecologismo?

      • 15 ottobre 2011 00:18

        Buon Dio, certo che sì. Ed è di immediata comprensione anche ai ‘laici’ come me: quelli distanti dalla chiesa del global warming o della sua negazione. Per questo rimango convinto che, se alla massaia un po’ dura d’orecchie spieghi che la discarica cittadina si sta riempiendo e fra un anno casa sua sarà come Napoli nei servizi televisivi, la signora in questione metterà al centro della sua giornata la divisione dell’immondizia. Questa è la potenza, trasversale rispetto a differenze culturali, di classe o altro, del messaggio ambientalista.
        Il punto è la percezione di sé, dalla zona in cui si vive via via fino alla scala planetaria.
        Discorso più complesso quello del trasporto, perché varia a seconda di dove si viva e della qualità del servizio pubblico o collettivo. Qui da me, per arrivare in città, in auto si impiega un’ora, un’ora e qualcosa; con corriere e treni almeno tre. Meno stressanti, ma tre. Quando vivevo in centro, all’anno percorrevo in automobile cinquemila chilometri. Ora li brucio in un mese, quaranta giorni. Ma è un esempio sciocco, eh.

        La differenza fra ricerche nello stesso campo da parte di istituzioni accademico-scientifiche vanifica completamente la loro credibilità. Per questo parlo di adesione religiosa a questa o quella tesi: i dati non esistono e, qualora fossero presentati dopo una ricerca rispettabile, sono confutati da altrettanti forniti da altri soggetti accreditati. Crederci è religione, non scienza. Al massimo, concedo un «è Scientology»: fede in camice bianco.
        In quei casi, preferisco fidarmi del mio senso comune. E metter soldi da parte per passare estati nella riviera di Terranova per quando sarò anziano. Perché, onestamente, se l’umanità ha condotto migrazioni in passato per via di cambiamenti climatici o per raggiungere zone fertili, può ben farlo fino a che non avrà terminato finalmente di spolpare questo pianeta, prima di passare al successivo.

        Continuo a credere nell’immortalità della specie, nella sua infinita capacità di adattarsi alla – e adattare la – natura e nel suo destino interplanetario. Anche perché, sul lungo periodo, uomo o non uomo, questo sistema solare farà comunque il botto. Grosso botto. Meglio pensare alle stazioni lunari, alla colonizzazione di Marte, a come alimentare le grandi, grandi navi che porteranno i nostri simili via da questa adorabile nocciolina di roccia, nostra madre fino alla fine dei tempi. Se devo fare wishful thinking, se devo arrendermi a un pensiero magico o scegliermi una fede, è questa: le stelle, la via delle stelle.

        (ps: consiglio la visione della serie storica di Galactica e di quella nuova, battezzata Battlestar Galactica: interessante la relazione mistico-religiosa dei futuri umani con la memoria del pianeta Terra)

  4. 14 ottobre 2011 17:32

    Il problema secondo me e’ malposto. Chiunque abbia provato a guardare seriamente i termini del problema – ed e’ in buona fede – sa che o l’umanità sarà in grado di inventarsi una sistema di produzione a ciclo “chiuso”, oppure semplicemente presto o tardi spariremo come specie o andremo verso un mondo ed istituzioni profondamente diverse da quelle che viviamo, e tutto sommato, amiamo oggi. Niente di male, se non fosse che verso quel mondo ci andremo in una maniera quasi sicuramente molto, molto dolorosa…
    Alla luce di questa banale verita’ il problema vero non e’ ecologisti, ambientalisti ed ideologie, ma un altro: vogliamo provare davvero a risolvere il problema o vogliamo estrarre carbone quando sara’ finito il petrolio e piantare eucalipti quando sara’ finita l’Amazzonia? Ecco, fine del problema. Poi possiamo usare tutti i distinguo che vogliamo, ma il problema e’ di portata tale che non ha senso perdersi nelle definizioni, ma uno sforzo scientifico, morale e politico da parte di tutti, bambini e nonni compresi. Non siete d’accordo?

    • 17 ottobre 2011 17:37

      Innanzitutto, sarebbe bene tu esplicitassi il tuo percorso personale: se hai una spiccata sensibilità per le problematiche ambientali è perché sei stato un ambientalista, purtroppo anche fanatico (ma ti sei redento). Questo solo per dire che, pur con tutte le loro magagne, isterie, estremismi, gli ecologisti sono stati indispensabili a renderci sensibili sui problemi del pianeta, dalla deforestazione alla nocività delle polveri sottili nelle nostre strade. C’è modo e modo, e lo sappiamo bene, di essere ecologisti: a me, come in politica, piacciono approcci realisti, razionali, concreti, tutti elementi che ai nostri Verdi ad esempio sono mancati ma ben presenti nell’associazionismo.

      Entrando nel merito, certo che sono d’accordo con te; Sejo, però, non lo è, come potrai vedere dai suoi post. Il suo (facile) scetticismo (consentimi l’espressione, caro Sergio) mette però in evidenza problemi grossi come case sull’attendibilità delle teorie scientifiche, sull’autonomia stessa del lavoro degli scienziati, sulla possibilità che noi, uomini di nulla competenza, abbiamo di avanzare un parere su questioni tecniche di difficile comprensione e di ancor più complessa soluzione.

      • 17 ottobre 2011 17:45

        Non trovo nulla di brutto nel termine ‘facile’ e invece mi piace il termine ‘scetticismo’. Nulla per cui chiedere il permesso. Specie a casa propria.

  5. 14 ottobre 2011 19:53

    La chiave secondo me è quello che scrivi a un certo punto, a proposito del benaltrismo di fondo degli scettici. (“Ci sono ben altri problemi… etc”). Al quale io oramai rispondo, placida: “verissimo. ottimo, dunque. a te sta a cuore quello, a me questo. occupiamoci di entrambi e ne risolviamo due”…
    (il tono è faceto, ma capisco che cosa dici. e condivido).

    • 17 ottobre 2011 17:39

      è proprio così, cara Povna. E’ vero che noi viviamo in un’epoca in cui, pur di fronte a mille problemi la politica sembra incapace di risolverne anche solo uno. Ciò non significa che le “grosse questioni” vadano risolte una per volta. Quella è solo una scusa, nulla più

  6. 11 giugno 2013 11:32

    It’s a tablet that we can see ourselves actually using, mostly owing to the speaker’s inability to dip down low enough to sound out the track’s bassline. The Samsung Galaxy S 2 are attractive but they take different design routes. Comparison: iPhone-5-and samsung galaxy Note II: Size makes the difference for Samsung is that they both sport the same sized display but the Samsung keyboard still feels cramped despite the much larger screen size.

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