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lo shtetl e le colonie in cisgiordania

13 ottobre 2011
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Avete presenti quelle pareti tazebao in cui, nelle mostre che aspirano al coinvolgimento dello spettatore, è possibile collocare un disegno, un commento, una frase, un’impressione? Mi raccomando, non sottovalutatele, imparate a frugare tra i fogli lasciati dai visitatori. A me è capitato di farlo alla mostra che il Circolo Primo Levi ha dedicato ad Andrzej Wajda, uno dei padri della cinematografia polacca ed europea. Il grande regista è, come la maggior parte dei suoi connazionali, fieramente cattolico. Tuttavia, non ha dimenticato nei suoi film di indagare l’enorme importanza che la cultura ebraico-polacca ebbe non solo per l’identità ebraica internazionale ma per la storia stessa della sua Polonia. La mostra è dedicata appunto al rapporto tra l’opera di Wajda e l’ebraismo polacco.

Ricapitoliamo: è una mostra organizzata da genovesi, alcuni ebrei altri non, volta a celebrare uno dei più noti registi viventi, polacco, cattolico.

Quale ragione può aver portato più di un visitatore ad affiggere nel tazebao frasi del tipo “Palestina libera”, “non fate ai Palestinesi ciò che avete subito voi stessi”? Cosa spinge un uomo, se non quello che solitamente si chiama antisemitismo, a identificare eventuali ebrei genovesi, israeliti di celluloide polacchi, un regista non ebreo nato nel voivodato della Podlachia con il conflitto israelo-palestinese? Quale meccanismo, se non un riflesso ossessivo, muove certuni a ritenere coerente la legittima difesa della causa palestinese con una mostra – piccola, un po’ caotica ma anche appassionata e commovente – dedicata alle letture che il regista Wajda ha dato del tragicamente scomparso milieu ebraico-polacco?

Altrettanto tragico, purtroppo, è il dover riscontrare che per una parte dell’opinione pubblica nostrana uno shtetl equivale ad un insediamento ebraico in Cisgiordania attorno al quale indignarsi, indignarsi e ancora indignarsi.

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18 commenti leave one →
  1. 13 ottobre 2011 01:37

    Sottoscrivo, anche se una sorta di pudore mi spinge a sostituire ‘antisemitismo’ con ‘imbecillità’. Ti segnalo questo post apparso su Nazione Indiana (e soprattutto il relativo scambio di commenti): http://www.nazioneindiana.com/2011/09/23/riflessioni-su-un-documentario-israelo-palestinese/
    E’ un discorso che si autoriproduce, con minime variazioni, una spirale dialettica che si avvolge su sé stessa. Il discorso sulla “questione israelo-palestinese”, intendo: meriterebbe una disciplina a sé che lo studiasse.

    • 13 ottobre 2011 09:37

      Non so se si tratti di sola imbecillità caro Federico: chi scrive “Palestina libera” alla mostra su Wajda è spesso lo stesso che ha in odio il capitano d’industria ebreo, il banchiere d’affari ebreo, che ritiene il Mossad giochi un ruolo in ogni mistero planetario, che pensa la politica americana sia governata da un direttorio ebraico. E’ vero che l’accusa di antisemitismo è spesso usata come una clava dalla setta opposta, quella delle fiamme nirenstein, delle “informazioni corrette”, dei filo-israeliani senza sé e senza ma; tuttavia, certa ossessione anti-ebraica non va sottovalutata né rubricata solo alla voce stupidità.
      Ho letto, non tutto, il post su Nazione Indiana e sono felice di ritrovare una completa consonanza tra il tuo e il mio pensiero in materia di “conflitto arabo-israeliano”. Anzi, ho imparato qualcosa dai tuoi articolati commenti. Per il resto, le solite banalità de sinistra se non altro presentate con un linguaggio appropriato e fintamente meditato.

  2. 13 ottobre 2011 08:21

    Non sono uno psicanalista né uno storico. Certo che, se da un lato è terrificante dover notare certe reazioni ogniqualvolta ci sia traccia dell’«eterno giudeo», dall’altro fa davvero ridere. Ho vissuto, mio malgrado, venticinque anni a Roma ed effettivamente una certa assonanza fra «a ebbreo» e «a polacco» c’è sempre stata, nello slang indigeno, a partire dalla metà degli Ottanta; salvo poi ricordarsi che a regnare sul trono di Pietro c’era un polacco.
    Ciò che mi consola è che, dopo la shoah e comunque grazie alla fondazione sancita dall’Onu dello Stato di Israele, se qualcuno dovesse presentarsi alla porta nessuno uscirà con le mani sulla testa. Magari non sarà sufficiente il non andare come agnelli al massacro, ma lo trovo storicamente necessario. Il che è già metà dell’opera.

  3. 13 ottobre 2011 09:42

    posso capire gli ebrei, che vivono a Roma da un paio di millenni almeno, ma i polacchi, che vi hanno fatto i poveri polacchi? 🙂

  4. 13 ottobre 2011 10:56

    parlando di cose serie sono davvero cosi’ belli i film di Wajda? Che cosa consigli?

    • 13 ottobre 2011 12:50

      e che ne so, mica li ho visti io! l’unico che conosco, e che mi sento di consigliarti, è Katyn, dedicato alla decimazione della classe dirigente polacca per opera dell’occupante sovietico. Potresti farci sopra un cinetetris: sono sicuro i tuoi amici polacchi (hai amici polacchi?) sarebbero entusiasti di rievocare la barbarie nazista e quella comunista.

      • 13 ottobre 2011 14:16

        questi si che sono cinetetris. mi organizzo e ti mando l’invito.
        ps ma poi l’avete fatto il cinetetris a napoli? e genova e’ in programma?

        • 13 ottobre 2011 15:23

          A Napoli tutti entusiasti ma nessuno che ci mettesse la tv, la casa, la cucina. A Genova, dove avremmo una tv, una casa, una cucina e più cuochi, quel che mancano sono gli amici 🙂

    • 13 ottobre 2011 13:20

      Katyn non l’ho ancora visto – ricordo che fu distribuito malissimo in pochi cinema e la polemica sull’anticomunismo tra conformisti de sinistra e ‘terzisti’ o berlusconiani mi fece passare la voglia di vederlo.
      Peccato comunque che Wajda non abbia goduto della stessa fama di quel palloso di Kieslowski. Io partirei da ‘I dannati di Varsavia” proseguendo con L’uomo di marmo’ (forse il capolavoro di W.) e ‘Dottor Korczak’ (uno dei più intensi film sulla Shoah che ricordi). Parecchi anni fa vidi anche ‘Danton’, ma non lo ricordo quasi per nulla. Però c’è Depardieu che mi sta simpatico, e ti consiglio pure quello.

      • 13 ottobre 2011 15:44

        Katyn è un film di grande forza e bellezza ed è anche prova di come la cinematografia, a patto di dismettere i panni dell’ideologia, possa raccontare la storia con estrema accuratezza e con una capacità di presa ben superiore a qualsiasi libro specialistico. Purtroppo in Italia è passato in semi-clandestinità tra le polemiche degli uni e l’eccitazione degli altri (ricordo che ad un seminario sul Risorgimento organizzato da un noto storico di destra, il suddetto fece una propaganda sperticata al film, manco si fosse trattato del Sommo Capolavoro dell’Umanità).
        Kieslowski ha avuto la fortuna di essere amatissimo dai circoli intellettual-chic italiani; come certi autori Adelphi, era impossibile non averlo visto per intero e non averlo a-do-ra-to. Palloso forse sì, ma alcuni episodi del Decalogo sono davvero di alto livello così come la Trilogia (film bianco è quello che mi è piaciuto meno). Ricordo di aver visto una sua intervista a Cannes: uomo di notevole antipatia e supponenza…

        Visto che sei di Venezia, potrai vedere anche tu la mostra su Wajda: a quanto mi riferiscono fonti attendibili, la prossima tappa dovrebbe essere appunto la città lagunare. Mi raccomando, non farti scappare il tazebao 😉

  5. 13 ottobre 2011 11:04

    A me, nulla. Ai romani, suppongo, altrettanto. Se non stazionare davanti alla chiesa di Botteghe Oscure, geograficamente alle spalle del ghetto e che doveva essere gestita dal loro clero, in attesa di lavoro o cibo. Questo negli anni a cavallo dell’Ottantanove.
    Oggi credo sia stato sostituito da «a rumeno», comunque. Ormai i polacchi sono nobiltà mercantile, nell’immigrazione capitolina.

    • 13 ottobre 2011 13:17

      Comunque è vero, i polacchi godono di scarsa stima in Italia. Eppure la loro cultura, la loro storia, è sorprendentemente interessante e protesa verso il resto dell’Europa. Il papa polacco ha permesso, da una parte, di portare un po’ alla ribalta un paese semi-sconosciuto; dall’altra, però, gli ha appiccicato addosso l’etichetta di terra del cattolicesimo intransigente e popolare. Ricordo, quando l’anno scorso andai in Polonia, che un amico prima di partire, sorpreso per la meta scelta, mi disse che s’immaginava la Repubblica dell’est come una landa di madonnine e santi.

  6. 13 ottobre 2011 23:32

    Io credo che ci possa essere il combinato delle due cose, che non si autoescludono (ignoranza – aka imbecillità – e razzismo in egual misura): un cocktail micidiale!

    • 14 ottobre 2011 07:35

      e quel che è interessante (ed inquietante) è che si tratta di tipi umani – banalizzo e generalizzo – che dell’antirazzismo fanno una bandiera. e poi…

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