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sinistri pensieri/2

1 agosto 2011
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La seconda volta fu quando passai dalla teoria alla prassi. Non ho mai militato in un partito (magari ne trovassi uno che facesse al caso mio!) ma anni di associazionismo mi hanno fatto toccare con mano miseria (molta) e nobiltà (poco) della politica politicienne. Politica di sinistra, banalizzando, visto che abito in una città e in una regione in cui da decenni governano coalizioni di centro-sinistra, partiti progressisti, forze democratiche. Città e regione mal amministrate (basterebbero gli indicatori sul declino di Genova e della Liguria per dimostrare che molte delle ricette politiche locali sono state cattive) e soprattutto vittime dei peggiori maneggi consociativi, di quelli tipicamente italiani, insomma, ma di cui le nostre valorose forze progressiste tendono sempre ad accusare l’avversario, la DC e i socialisti prima, i berluscones oggi. E invece, mi è capitato un po’ di tutto: da enti tenuti in vita solo per accontentare il partitino estremista a candidati “trombati” subito ricompensati con posti di consulenza, dalle nuove leve a tal punto carrieriste da far rimpiangere i vecchi traffichini ad assessori così sicuri del fatto loro da non vergognarsi neppure di accusare in pubblico la mia associazione di aver dialogato con l’opposizione, come se l’associazione fosse stata nulla più di un circolo del PD. Ho assaporato la bassa cucina della politica e ho verificato come l’assenza di ricambio politico porti alla sclerotizzazione amministrativa e ad una gestione a dir poco opaca della cosa pubblica. Anche questa è sinistra, non vi pare? 

A conferma che le forze del progresso non sono il baluardo dei Valori e dei Principi ma sono semmai portatrici, proprio come gli avversari, di molteplici interessi, dai più biechi ai più cristallini, il giro di mazzette di Mensopoli, le confessioni di Pronzato, e i torbidi rapporti tra importanti esponenti del PD e loschi faccendieri, sovente in nome del dio mattone. E, esattamente come gli avversari, quelle democratiche si sono dimostrate forze vendicative, ben poco disposte a farsi criticare e, implicitamente, a veder messo in discussione il loro potere. 

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  1. 2 agosto 2011 08:54

    A differenza tua, tradizione di famiglia o se si vuole pegno alle generazioni passate, ho militato per diversi anni in noiosissimi partiti di sinistra. Uno dice così, e pensa alle sezioni di partito, ai quartieri, alla politica della fontanella e della fermata del bus. Magari, quello era divertente. Ho avuto un breve apprendistato e, complice certamente la residenza a Roma, mi sono ritrovato ai piani nobili. Spalla a spalla con leader dalla erre moscia – nulla contro chi la abbia, eh – e altri cafoni arricchiti da benefit o nobilitati da autisti portatori sani di arma da fuoco. Intendiamoci, c’era anche gente perbene fra i grandi capi: chi, ad esempio, nonostante una dozzina di legislature fra Camera e Senato conservava uno stile di vita sobrio – casa, famiglia e vacanze cinquantennali nella villa ligure – pur facendosi rimborsare le spese in libreria dal partito, ovvero dal contribuente.
    Ho redatto con le mie santissime dita lettere di presentazione e raccomandazione, non già per poveri cristi – che, amen, passi – ma per figlie di sottosegretari che avevan voglia di vestire una divisa da ufficiale, per vecchi compagni di scuola di figli di leader che abbisognavano di stipendi sicuri e sostanziosi, per amanti e amiche di mogli di deputati arrivati un po’ annoiate della loro vita borghese o alle prese con separazioni e divorzi. Ho ingoiato comportamenti oltre il limite della decenza di onorevoli, pugliesi come piemontesi, con militanti più giovani di venti o trent’anni. Mi sono seduto a tavole dove, per omaggiare il grande capo, veniva servita cacciagione protetta quanto insapore. Ho sopportato rapporti, ahem, trasversali con alti burocrati di Stato e salamelecchi con avversari politici.

    Non ne faccio, quindi, una questione ideologica. Né suoni come uno strillo grillino, ma così fan tutti. E il problema, IMHO, è proprio lì: se la ‘politica’ può, la ‘politica’ fa. Finché nelle mani di un deputato o un amministratore locale risiederà il potere di concedere denaro – che sia un appalto o una consulenza – ci sarà chi corrompe e chi si fa corrompere.

    Non c’è Paese al mondo dove questo non succeda. In alcuni, è sistema: la Grecia come i Qualchestan. In altri, si manda in galera corrotto e corruttore o gli si termina la carriera, dotando la giurisprudenza di correttivi che limitano in via crescente il potere economico della politica. Questo intendo per, e per questo mi definisco, libertario: accetto di buon grado la tassazione progressiva, lo Stato sociale, la redistribuzione del reddito – ancorché io abbia dubbi sul come venga gestito il welfare – ma nessun intervento dello Stato e delle Autonomie in economia deve essere possibile. Il mercato deve essere libero e concorrenziale. Ed anche in caso di lavori pubblici devono svilupparsi garanzie di trasparenza: offerte di gara anonime, commissioni valutanti con rappresentanti dei consumatori, controlli di GdF e ispettorati del lavoro sui relativi cantieri o che altro, limitazione del sistema dei sub-sub-appalti, penali salate per chi sgarra sui tempi di realizzazione. E sarebbe solo l’inizio.

    Se si vuole che fra cittadini e istituzioni via sia un rapporto paritario, se si crede che la democrazia possa continuare ad essere il sistema nel quale conviviamo, la politica deve recuperare dignità e autorevolezza. Non c’entrano il numero dei parlamentari o il loro compenso, c’entra il sistema affaristico e clientelare. Il tappo può saltare, quel tappo può saltare, ne sono convinto. Ma – autoironia – come diceva il caro Capezzone ai tempi della RnP, con la legge cosiddetta Biagi si è liberalizzato il mercato del lavoro: ora bisogna liberare il mercato, gli affari, l’economia.

    Grazie per la citazione e mille scuse per la verbosità.

  2. 2 agosto 2011 09:49

    ho poco da aggiungere perché sono ancora una volta d’accordo con te. voglio uno Stato che maneggi la minor quantità possibile di danaro e che controlli direttamente il minor numero possibile di posti di lavoro. Uno Stato forte, intendiamoci, chiamato a dare regole precise al mercato e a farsi controllore severo. Ma per il resto, che sia snellissimo.

  3. 3 agosto 2011 12:24

    qui si trasuda ottimismo

  4. 3 agosto 2011 12:32

    beh, tu lo sai bene quanto parlar male della sinistra italiana mi metta di buon umore!

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