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Amarcord: le barricate a scuola

25 novembre 2010
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Il destino dell’Accademia italiana potrebbe coincidere col mio stesso destino professionale. Ragione per la quale ci si dovrebbe aspettare da me un’opinione più o meno precisa sulla riforma dell’Università in discussione al Parlamento. E invece, sebbene mi sembri che la nuova proposta di legge presenti cambiamenti sacrosanti e condivisibili, mi riesce strano pensare che Maria Stella Gelmini e questa bizzarra maggioranza abbiano prodotto qualcosa di buono. Non meno strano, tuttavia, sarebbe attribuire aprioristica fiducia alle armate della protesta, quelle che ieri hanno preso d’assalto il Senato.

È da quando frequentavo il liceo, ormai più di 15 anni fa, che le occupazioni scolastiche e universitarie sono assurte a rito collettivo, a rivoluzione dalla cadenza annuale, a guevarismo domestico. Sarebbe troppo facile ritenere che noi, negli anni Novanta, avessimo qualche buona ragione per autogestirci mentre i ribelli d’oggi andrebbero giudicati alla stregua di ridicoli epigoni di altri climi politici e ideologici. Mentre lottavamo genericamente contro la “privatizzazione” della scuola (magari l’avessero privatizzata: invece l’hanno solo svuotata di prestigio e di contenuti intellettuali), aspiravamo anche noi ai nostri cinque minuti di notorietà sulle barricate, possibilmente col consenso di mamma e papà. Novelli sessantottini, cercavamo di prolungare occupazioni e autogestioni fino alle vacanze di Natale o di anticipare il ponte del 25 aprile, per guadagnarci il meritato riposo del guerriero. Sarò anche capitato nel liceo sbagliato (da intendersi come scuola già pervasa dalla de-ideologizzazione imperante negli ultimi decenni) ma dell’occupazione non fregava niente pressoché a nessuno: chi era intelligente (o chi aveva genitori spaventati dai torbidi studenteschi) se ne restava a casa, a far vacanza; i più, venivano in classe a cazzeggiare, allestendo saloni di bellezza fai-da-te o improvvisando tornei di carte. Qualche povero illuso (la categoria a cui appartenevo anch’io), proponeva letture comparate di quotidiani o vecchi dibattiti in voga dai Settanta.

All’Università la delusione fu ancor più cocente: i ribelli di professione erano riusciti ad aggiudicarsi un’auletta, sede istituzionale dell’opposizione permanente, in cui scambiarsi marijuana et similia al posto di idee e di appunti. Ricordo ancora quella volta che per accedere al computer di facoltà dovetti attendere che il barricadero di turno finisse di scaricarsi il suo bel pornazzo. Ma guai a pensare male: gli sarà servito per il seminario su Deleuze e Foucault, ça va sans dire!

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5 commenti leave one →
  1. 26 novembre 2010 15:05

    Bentornato. Ho davvero temuto che Fini fosse la fine. Quanto alla scuola e all’università, alle attuali proteste, mi impongo di non diventare moralista col passare degli anni.
    Mi diplomai nel Novantadue. Nel Novantatrè, o forse l’anno segunte, occupammo il liceo più importante del quartiere e fra i più in voga nella Capitale per i figli di chi aveva fatto del Sessantotto un mestiere: i figli di un cantautore, il giovane portaborse di D’Alemullah, questo o quel futuro attore/avvocato/scienziato. Liceo peraltro sede di numerosi set cinematografici e televisivi.
    Bon, l’occupazione andò avanti, tirata su e gestita quotidianamente da almeno duecento persone su mille che cucinavano, davano nomi ai corridoi infiniti applicando targhe stradali cartacee, organizzavano aule di studio e approfondimento delle più varie, scopavano come ricci e – che io sappia almeno in un caso – mettevano al mondo figli producendo genitori minorenni.
    CL non c’era, sì e no avevamo un paio di fascistelli eretici e qualche cattocomunista à la Sant’Egidio, ben presto emarginati. Noi si stava facendo la rivoluzione: quella delle nostre esistenze.
    Che quindi si divertano ad occupare questo o quel monumento, questo o quel museo. Meglio ancora se, crescendo, ne diventassero i protettori, i benefattori, i frequentatori. Qualcuno – pochi, eh, ci sono le rate dell’attico/suv/barca da pagare – della mia generazione c’è riuscito.
    Then again, bentornato.

  2. 26 novembre 2010 19:29

    beh, la sacrosanta rivoluzione delle esistenze giovanili non deve necessariamente implicare occupazioni, autogestioni, manifestazioni. per dire, c’era pure chi tornava incinta dal campo scout o chi si sentiva rivoluzionato da un giro in interrail: le opzioni erano e restano molteplici.
    stamattina sono stato travolto da un corteo di studenti medi che protestavano non si sa bene per cosa. lungi da me fare il vecchio parruccone che si lamenta per quattro gatti in piazza; inviterei tuttavia a non vedere nei manifestanti, come ha fatto ezio mauro sulla repubblica di oggi, il risveglio della società civile italiana. non vorrei si rimanesse poi troppo delusi

  3. 1 dicembre 2010 12:04

    Ma figurati, Shylock. Ezio Mauro e Repubblica, buon Dio, fan solo il loro mestiere: se i ragazzi sono il risveglio della società civile (?) giustificano la linea editoriale del giornale e null’altro. Persino i lettori di Rep. sono stati giovani e sanno che i giovani si divertono.
    Chiaro che non è obbligatorio occupare le scuole e le università, tanto quanto non è necessario fare i cortei per stare in giro a cantare e bere con gli amici, ma neanche gli scout, però è inutile sottovalutare il lato dionisiaco della cosa. I giovani, generazione dopo generazione, saranno giovani e così fino alla fine dei secoli.

    Che si divertano, i piccoli bastardi. Tanto poi li aspetta un bel parcheggio universitario, qualche master in parchimetria e poi sottoccupazione per dieci anni.
    Che si divertano. Anche se ieri, a Roma per lavoro, ho tirato giù una lunga sequela di bestemmie. Sciopero dei mezzi pubblici, centro storico sotto assedio, scontri di piazza come non ne vedevo da anni, un sacco di polizia in tutti gli snodi e alle nove di sera il Muro Torto era ancora fermo: la coda partiva da Porta Pia e arrivava fino a Porta Flaminia o del Popolo che dir si voglia.
    Ho anche dovuto aiutare una vecchina, rimbambita dal caos forse più che dall’età, che non sapeva come tornare a casa a Trastevere. Continuava a dire che doveva prendere l’8 da Largo Argentina, incapace di valutare le alternative che pure gli si stavano proponendo. Forse avrei dovuto pagarle un taxi.

    • 2 dicembre 2010 18:10

      se tu da giovane fossi stato uno scout, la vecchina l’avresti addirittura accompagnata a casa…

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