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volare liberi e contro il mercato

4 gennaio 2006
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Se ne è accorta pure Lina Sotis, la mondanissima cronista del Corriere della Sera, che viaggiare low cost è chic. Quante altre cose, infatti, hanno rivoluzionato il nostro tempo più del fenomeno low cost? Da una parte, le compagnie di voli a basso costo collegano destinazioni fino a poco tempo fa quasi irraggiungibili (che dire di Bergerac nella campagna francese? o del Lago Balaton in Ungheria?); dall’altra, offrono tariffe incredibilmente convenienti che permettono di viaggiare da Milano a Londra, da Madrid a Roma, allo stesso prezzo di uno spuntino. Non solo viaggiare è diventato più semplice, economico e alla portata di tutti, ma anche le abitudini di tanti sono radicalmente cambiate: c’è chi lavora a Londra e può tornare comodamente a casa tutti i week end a Genova, c’è chi ha comprato una casa in qualche landa sperduta dell’Irlanda e può andarci non appena ne sente la voglia. Ma soprattutto, le varie Ryanair, Easy Jet, Air Berlin, Vueling, Myair e Transavia hanno spezzato il monopolio delle compagnie di bandiera che spesso, prive di concorrenza, costringevano a prezzi da strozzinaggio.

Ora, voi crederete che i profitti stratosferici di Ryanair e compagnia cantando siano solo il frutto di ottimi manager, di un’idea intelligente, di un’oculata gestione aziendale. E’ vero, ma solo in parte. Perché le società aeroportuali, per lo più di proprietà pubblica (enti locali, camere di commercio, autorità varie), fanno a gara a finanziare qualche low cost affinché colleghi il proprio minuscolo scalo al resto del mondo. Ecco che aeroporti fantasma, da Parigi Beauvais a Carcassonne, da Charleroi a Forlì, sono divenuti big player del mercato aereo anche a spese della collettività. Avere un aeroporto che funzioni determina certo occupazione, indotto (turismo, edilizia) ma soprattutto garantisce prestigio e successo (per il politico di turno). E così, mentre aviolinee tradizionali come Alitalia vanno a bagno tra gli strepiti dei manager di Ryanair, sempre pronti a denunciarne i potenziali aiuti di Stato, questi ultimi si regalano stock options anche grazie alle tasse che tanti ignoti contribuenti versano a comuni, province, regioni.  

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4 commenti leave one →
  1. 5 gennaio 2006 14:47

    sono ebu sotto mentite spoglie:
    senza contare il pessimo contributo in termini di Co2. E cmq io ho paura dell’aereo
    ps
    bentornato shylock

  2. 5 gennaio 2006 22:38

    Post interessante, ma rimango strenuamente a favore delle low cost. Inoltre un conto è lo stato che finanzia un’impresa (leggi compagnia aerea), un’altro è un’impresa (anche se di proprietà pubblica) che fa accordi commerciali con un’altra impresa.

  3. 6 gennaio 2006 15:00

    caro yurigu, anche a me le low cost sono simpatiche, così come in genere gli aeroplani.
    però, a me questo fenomeno del “finanziamento” da parte degli enti locali alle aviolinee a basso costo risulta un po’ misterioso. come, d’altra parte, risulta sconcertante il finanziamento che molte regioni italiane stanno facendo all’apertura di nuove linee aeree. cosa significa? che se la regione puglia o quella sardegna ritengono che debba esserci un volo cagliari varsavia o alghero dublino, è giusto finanziarlo (indipendentemente dalla reale sostenibilità della rotta in termibni di costi e di passeggeri).
    sul finanziamento diretto ad un’azienda (come è stato per alitalia), in linea di principio, da liberale, sono d’accordo con te, ma quando poi penso che l’alternativa sarebbe stata il fallimento della compagnia, il tracollo di malpensa e fiumicino (zurigo e bruxelles, dopo la chiusura delle loro rispettive aereolinee nazionali, hanno aeroporti più o meno in crisi), una drastica riduzione dell’occupazione ma soprattutto l’uscita dell’Italia (l’ennesima) da un settore chiave dell’economia e del commercio internazionale, beh, allora, in questo caso faccio uno strappo alla regola liberale.

  4. 7 gennaio 2006 23:03

    Caro shylock,
    l’esempio che mi porti sul finanziamento diretto da parte delle regioni a nuove linee è persuasivo, soprattutto per il fatto che entriamo nuovamente nel campo del diretto finanziamento pubblico.

    I fondamenti alla tua eccezione alla regola liberale sono importanti, ma non mi convincono. Per il sistema paese credo sia meglio lo shock di essere estromessi dall’ennesimo settore economico che il rimanervi solo grazie al sostegno statale.

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