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il diritto del più forte

20 ottobre 2005
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E’ irrilevante che Saddam si dichiari più o meno innocente: è lo stesso processo inscenato contro di lui a risultare una farsa. Dico ciò non certo per difendere l’ex rais iracheno, dittatore criminale come pochi, ma perché trovo ingiustificabile l’uso – anzi, l’abuso – della giustizia da parte del vincitore. Già Karl Jaspers, nel suo La questione della colpa, scrisse cose definitive sul processo di Norimberga che si potrebbero estendere ai processi a Saddam come a Pinochet passando per quello a Milosevic. Un leader politico finito lo si può ammazzare, dopo averne sgominato il regime sanguinario, o lo si può più civilmente mandare in esilio, ma processarlo significa appiattire la sfera politica su quella giudiziaria, vuol dire far giudicare l’operato politico, anche il più abominevole, da magistrati che non hanno mezzi per condannare quel tipo di azione. I crimini contro l’umanità sono un paradosso: qualunque presidente potrebbe essere condannato per qualsiasi cosa. Che dire, infatti, dei francesi contro gli algerini? E Bush in Afghanistan? E gli svedesi contro gli handicappati resi sterili? E gli italiani in Etiopia? E la Thatcher per le Malvine? E Zapatero che fa sparare ed ammazzare a Melilla? Si tratta, in tutti questi casi, di scelte politiche, talvolta scellerate, altre volte dettate dalla feroce necessità. Chi giudica chi? E in base a che cosa? Può un giudice belga criticare l’operato di Sharon? E se sì, in base a quale legislazione? E può, il diritto, essere retroattivo? E infine, la questione numero uno: qual’è, allora, la tragica autonomia della politica se a giudicarla ci sarà sempre un giudice pronto a dire la sua? Si assisterebbe alla fine della politica, sopraffatta dalla repubblica dei giudici, sempre pronti a dir la loro su ognuna, magari anche la più folle, decisione presa dai leader politici. Per Pinochet, i crimini commessi in suo nome, potevano ad esempio aver un significato politico: cancellare dal Cile il comunismo. Vero? Falso? Chi può dirlo? Un giudice spagnolo? Che condanna in base ad una legislazione straniera o in base a valori presunti universali ma che non tutti sono obbligati a riconoscere. Lo stesso vale per Saddam. E’ lecito che a condannarlo siano coloro i quali di civili ne ammazzano da mane a sera? Peraltro, gli Statunitensi sono i primi a non riconscere l’universalità dei valori dell’uomo giacché non hanno aderito al Tribunale Internazionale. Fino a che non esisterà un diritto riconosciuto in tutto il pianeta dovremo accettare che alle tragedie della politica non ci siano soluzioni, se non di tipo politico e morale. Altrimenti, la giustizia non sarà altro che l’ennesima arma a disposizione del vincitore di oggi.

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5 commenti leave one →
  1. 21 ottobre 2005 18:28

    ciao fede chiamami appena puoi ho un problema di date, cazzo

  2. 21 ottobre 2005 21:21

    non fidatevi mai del qui sopra eburneo: se vi da un appuntamento ci sarà sempre qualcosa di storto 🙂

  3. 24 ottobre 2005 06:54

    è un problema estremamente complesso.
    d’istinto sono portato a dire che tutti, prima o poi, devono rendere conto davanti a un giudice, anche i capi di stato.
    però è vero che – senza un diritto riconosciuto da tutti come dici tu – rischiamo di dare un’arma in più ai vincitori
    per questo personalmente sostengo il Tribunale penale internazionale, che – guarda caso – gli Usa non vogliono

  4. 24 ottobre 2005 12:38

    caro aelred, proprio perché è una questione complessa dovremmo ragionarci su. forse ho fatto un bel polpettone di fatti diversi e di diversa gravità/rilevanza, ma ciò non toglie che lo strapotere del guidiziario (facilitato da certa politica; non sto facendo un discorso alla berlusconi, anche se su certe cose credo avesse in parte ragione) ha un che di inquietante.

  5. 28 ottobre 2005 12:56

    è un tribunale iracheno, non è ONU. questo è l’unica cosa positiva.

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