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Gli spingitori del disprezzo

14 settembre 2005
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Oggi i giornali sono quasi interamente dedicati alla baruffa sulla legittimità dei matrimoni di fatto, quelle unioni tra persone che non intendono sposarsi ma al tempo stesso vivono insieme per tanto tempo, magari si amano, magari a malapena si sopportano, comunque stanno insieme e insieme intendono restare. Una questione pratica, che ovviamente da noi si perde nella cortina fumogena dell’ideologia grazie al tempestivo e prevedibile intervento nel dibattito dei preti, i soggetti meno accreditati a occuparsi dell’argomento, squalificati per svariati motivi primo tra tutti il fatto che di sposarsi non ne vogliono sapere (come scrisse lo zoologo Desmond Morris, sul piano dell’evoluzione umana il clero e gli omosessuali sono aberranti nella stessa identica misura, semplicemente perché in un modo o in un altro non si riproducono – ma questo vale sempre meno per gli omosessuali).
Insomma, noi laici progressisti scuotiamo la testa mentre scorriamo le righe delle dichiarazioni, ci si annoda la bocca dello stomaco a leggere le fesserie del ministro Calderoli, ci si drizzano i capelli in testa se ci casca l’occhio sulla boutade di Giovanardi. E poi ci rassegniamo, sperando che all’ultimo, magari il giorno delle primarie, una certa quantità della nostra classe politica vada finalmente a prendere i voti, che è l’unica azione che possa aspirare a dare senso al clericalismo ottuso delle loro dichiarazioni.
Invece si scopre che la mediocrità dei politici affonda le radici nella cultura del paese, e oggi ho le prove. (Le prove, si sa, non stanno mai lì dove le cerchi. Accade nelle trame dei polizieschi più banali, ma anche nei classici del genere. L’investigatore, stanco e disperato, si rivolge altrove, si concede una pausa, volta le spalle al dovere in gesto di resa. Ed è a quel punto che le prove gli vanno incontro, come se fino a quel momento avessero giocato a nascondino, come per dire abbiamo scherzato eccoci qua, come per dire è inutile che scappi, il tuo tormento ti seguirà ovunque).
Dicevo, le prove sono nella pagina 41, sezione cultura, del Corriere della Sera di oggi. Il titolo:

«Nazista e gay? Per carità, salviamo Thomas Mann»

Il titolo suggerisce che c’è un uomo da salvare, costui si chiama Thomas Mann e ciò da cui bisogna salvarlo ha a che fare, allo stesso tempo e indiscriminatamente, con due insidie planetarie equipollenti: il nazismo e l’omosessualità. Miscela binaria, concorso di infamia (finora, infatti, era andata bene perché le accuse si smontavano una alla volta). Con ammirevole sprezzo del pericolo, la pagina di cultura del Corriere si appresta a compiere il salvataggio. Auguri e congratulazioni al Corriere della Sera e all’autrice dell’articolo, Paola Capriolo. Di un simile accostamento, proprio nel giorno in cui il giornale si pregia di aver sollecitato le scuse del governo su una quantità di dichiarazioni antisemite, si avvertiva fortemente il bisogno.

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6 commenti leave one →
  1. 14 settembre 2005 21:05

    Sì, ho letto. Io quella congiunzione l’ho interpretata con un “nazista e oltretutto gay”. Insomma, passi il nazista. Ma gay proprio no :-))

  2. 15 settembre 2005 01:17

    Eh… tu non hai idea di come sia contento di non avere praticamente idea di cosa sia succedendo in Italia in questi giorni.
    Un po’ di qualunquismo, ogni tanto, fa bene…

    Leppie

  3. 15 settembre 2005 01:41

    allora, il Corriere di Mieli, molto più divertente di quello dei suoi blasonati predecessori, si distingue per una costante: l’inventarsi le polemiche alle quali si da risposta, nel corso del giornale, per una settimana intera. ora vedrai che quella di mann la ritireranno fuori, una specie di serial giornalistico.

    Per il resto, embé, che fai, dai la multa al titolista omofobo? io credo che in democrazia uno sia anche libero di farsi non piacere i froci, di pensare che sia meglio scoparsi una bionda piuttosto che un biondino, e non per questo impedire ai gay di reclamare i lro diritti e magari di rispettarli, pur con un senso di fastidio. L’Italia non è un paese più omofobo della Spagna, solo, è una dipendenza del Vaticano con una classe politica molto molto più indietro rispetto alla società e molto molto più indietro delle omologhe classi politiche europee.

  4. 15 settembre 2005 12:03

    Non è questione di multe, è questione di prendersi un poco la responsabilità di quello che si fa passare sul principale quotidiano nazionale.

  5. anonimo permalink
    17 settembre 2005 01:10

    tra le tante: la questione della sequenza da soap opera delle testate giornalistiche è una buona nota. questioni di marketing?
    🙂

  6. anonimo permalink
    18 settembre 2005 21:15

    Uno degli aspetti più stupidi del dibattito è la questione etimologica che pongono gli avversari del matrimonio gay. Come se l’etimologia possa essere un’argomento per escludere una classe di persone dal godimento di diritti civili garantiti alle coppie eterosessuali.
    Io penso che sarebbe corretto ricondurre il matrimonio nell’ambito religioso, mentre lo Stato dovrebbe garantire i diritti di chi decide di convivere sotto lo stesso tetto, indipendentemente dalla natura del rapporto e dal numero degli interessati.

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