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Ricucci e il capitalismo col blasone

19 agosto 2005
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Diciamolo: agli Italiani, le dinastie blasonate, i capitani d’industria un po’ snob e un po’ guasconi, piacciono davverotanto. Perché, in tutta questa vicenda dei Ricucci, dei Consorte, degli Statuto e dei Coppola che stanno scardinando l’establishment dell’economia nazionale (quello che si chiamava, un tempo, il salotto buono) e che altro non è che la lotta tra una nuova generazione di rampanti ed un club di vecchie vestali dell’italico capitalismo, si capisce da che parte stia la meglio Italia, quella che legge Repubblica e forse anche il Corriere, quella delle vacanze intelligenti e dei film di Nanni Moretti, quella che s’indigna per il conflitto d’interessi e che guarda la Nazionale, ai Mondiali, perché è pur sempre un’emozione grande, anche se il calcio di una volta, senza tanti soldi e senza tante veline attorno ai campi, era un’altra cosa. Ricucci  e i suoi compari, con quell’entourage di Billionaire e attrici siliconate e vezzi da borgata, è ben lontano dallo stile che piace a Shylock e ai suoi compagni di sventura. Epperò, i nostri gusti personali non son certo un valido motivo per condannare, senza appello, un giovane e corsaro capitalista che, assieme ad una combriccola di presunti parvenu, tenta di metter mano al gotha della finanza italiana. Come al solito, si sente dire, ma come diavolo li avrà fatti tutti questi soldi un italiano medio della periferia romana, paventando, ovviamente, che dietro a lui ci sia la mano oscura di qualche politico o di qualche grande vecchio che spinga e aiuti e si attenda favori in cambio. Benissimo, diciamo noi, ma c’è una magistratura che indaga e, nel caso in cui dovesse scoprire che l’origine di cotal fortuna ha un che di oscuro e di illecito, allora tutti noi ne saremo informati e potremo indignarci; ma prima, non possiamo che presumere l’innocenza di Ricucci Stefano compagno di Falchi Anna. E se anche dovesse venir fuori che la spintarella c’è stata, che i rapporti con la politica, quella cattiva, s’intende, il suddetto li ha avuti, credo sarebbe il momento di dirci, una buona volta, che tutto il capitalismo (si fa per dire) di casa nostra, negli ultimi cinquant’anni, ha giocato sporco con il potere. Si chiamava socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti: lo Stato pagava, in termini di ammortizzatori sociali, quando le aziende dei nostri tycoon che, nel frattempo, bordeggiavano, su panfili e barche a vela tra Saint Tropez e Portofino, andavano male (quasi sempre, dunque); e riceveva ben poco, in termini d’investimenti, quando i conti di quelle imprese ritornavano rosei. Di Raoul Gardini, vero pirata dell’economia nostrana, il cui triste epilogo di una vita spericolata tutti ricordiamo, veniva raccontato più per la sua eleganza insieme provinciale e cosmopolita, per le sue regate veliche, che non per il suo scriteriato modo di gestire le aziende di famiglia. Dell’avocato Gianni, della dinastia Agnelli, si ricordavano più volentieri i flirt con le donne più belle del mondo, i tic e i vezzi da multimiliardario annoiato della vita a caccia di nuove sensazioni, che non le scelte folli di acquistare assicurazioni, acque minerali e supermercati invece di investire nel core business di un’azienda che da leader in Italia sta precipitando verso il baratro. E molto si potrebbe dire dei vari Falck, Pirelli e Tronchetti Provera, De Benedetti, Romiti, tutta gente che con la politica ha sempre trattato, lecitamente e, forse, anche illecitamente.

Che uno come Ricucci abbia più dimestichezza con Spinaceto che con Cap d’Antibes, verissimo; che nel coinvolgimento di Fazio in tutta la vicenda ci sia un che di equivoco e di inquietante, ancor più vero; ma che si debbano tessere le lodi del capitalismo italiano vecchio stile, non se ne vede proprio la ragione. Qui non si tratta della purezza (quella dei ricchi blasonati) contro la rozzezza (dei nuovi arrivati); ma, piuttosto, di un sistema, quello economico italiano, che era malato prima e che sempre malato resta, un finto mercato in cui la violazione delle regole, il perverso rapporto affari-politica-istituzioni, la fanno da padroni. Anche se, tuttavia, un nuovo elemento si palesa sempre più: la diffidenza dell’Italia “perbene” verso il capitalismo. Altrimenti, non si capisce perché gioire quando nel capitale di Mediobanca entra la blasonatissima banca d’affari francese Lazard e, invece, versar lacrime se una quota del crocevia finanziario meneghino viene acquisita da Coppola Danilo, immobiliarista de Roma.

Questo è il capitalismo: chi ha i soldi, compra, mettendo al primo posto i propri interessi. Non è che Lazard, perché è un’istituzione finanziaria storica, abbia acquisito in Italia per fare gli interessi degli Italiani dabbene; l’ha fatto perché le conveniva! Ha detto bene Danilo Coppola all’Espresso: quando negli Stati Uniti compri una quota di una società, anche se sei un signor nessuno, gli azionisti ti ringraziano e vogliono conoscerti; in Italia, invece, cercano subito di scacciarti e, sguinzagliando la stampa perbene, ne fanno una questione morale, il Paese in mano ai barbari venuti dalla borgata.

E’ inutile appellarsi alla magistratura e al capitalismo quando fa comodo per poi nutrire un’atavica diffidenza per le regole del mercato da una parte, e, dall’altra, una sfiducia malcelata per una magistratura che, quando avrà finito di indagare, ci dirà chi sono questi signor nessuno e se veramente abbiamo di che temere.

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