Skip to content

Il kamikaze non è un compagno che sbaglia

5 agosto 2005
by

Ieri l’Independent faceva il punto sul prevedibile aumento degli atti di violenza contro gli arabi che vivono in Gran Bretagna. Si sapeva che sarebbe aumentata l’intolleranza dopo gli attentati. Non tutti avevano previsto una cosa abbastanza semplice: a pagare le bombe, sotto forma di violenza razzista, sarebbero stati tutti i “diversi”, tutti quelli di pelle scura – non solo musulmani (che risultano il bersaglio di un sesto degli episodi).

Questo elemento contribuisce a smontare la folle credenza per cui vi sarebbe nel gesto estremo e nel “sacrificio” dei  terroristi un qualche residuo di benevolenza, una causa “giusta” per la quale uccidere ed eventualmente morire. A lungo la sinistra italiana ha creduto che i terroristi fossero in qualche modo benevoli verso qualcuno. Erano gli anni in cui le bombe uccidevano quasi soltanto gli ebrei. A ogni bomba che uccideva gli ebrei in Israele c’erano parlamentari di sinistra che mandavano alle agenzie comunicati che dicevano “Ecco, l’attentato di oggi ricorda la sofferenza e la disperazione del popolo palestinese”.

Questa follia ci costa un forte ritardo nella comprensione del terrorismo. Oggi è chiaro che ai terroristi non interessa nulla dei palestinesi, salvo il fatto che i palestinesi e la loro sofferenza, citati puntualmente nei documenti di rivendicazione, servono come alibi. Le masse sfruttate fanno sempre comodo ai terroristi, anche quelli di casa nostra (fu Nadia Lioce a proclamare, da dietro le sbarre, la sua vicinanza politica al popolo palestinese). La dinamica, ricorrente, è quella del populismo di estrema destra che qui in Europa abbiamo conosciuto bene col fascismo e il nazismo, come argomenta coraggiosamente Anthony Browne sul Times (grazie ancora a Wittgenstein per la segnalazione).

I terroristi non sono a fianco degli oppressi. Non sono accanto alle vittime di qualche ingiustizia. Non lavorano per loro. Li sfruttano come alibi, li insultano con il loro patrocinio ipocrita, li gettano in pasto al sospetto e all’odio. Li stringono nell’angolo, con l’obiettivo di arruolarli alla loro causa. I terroristi non rappresentano le masse delle quali si proclamano difensori ma, come spiega bene David Brooks sul New York Times, le sfruttano anche senza conoscerle affatto. La mossa successiva, infatti, è la sottomissione di quelle masse perché non c’è dubbio che i terroristi sono impegnati in una disperata corsa alla conquista del potere, o al suo controllo. E infatti le loro storie individuali si somigliano. Di classe media, inquieti, a digiuno di politica fino all’abbraccio col terrorismo. Le loro misere biografie sono un crescendo di ansia di controllo, dai gruppetti alle reti internazionali.

Se il legame con le masse sfruttate e oppresse è insignificante, il loro rapporto col capitalismo occidentale è invece rivelatore. Prima del 2001, quando le bombe scoppiavano soltanto in Israele, erano in pochi a preoccuparsi qui in Italia. Temo che mancasse, all’epoca, quella dinamica dell’identificazione con le vittime alla quale i terroristi affidano molti dei loro sforzi. Quel sentimento che consente all’onda del terrore di propagarsi tra tutti coloro che possono dire “quella vittima potevo essere io” e, di conseguenza, ti induce a considerare cambiamenti anche radicali nella tua vita, che ti portino lontano da quelle circostanze quotidiane (la corsa in metropolitana, la sosta al bar, l’uscita del sabato) che riportano alla mente i frammenti di vetro, gli schizzi di sangue, i lenzuoli gettati sui corpi. (a Londra, a seguito delle bombe, si segnala il boom delle biciclette e delle scarpe comode).

Prima del 2001 gli occidentali non si identificavano con le vittime del terrore perché a morire erano soprattutto gli ebrei (sicuramente erano “gli ebrei” l’obiettivo delle bombe). A ogni bomba i politici di sinistra dicevano “chissà come sarà dura la rappresaglia israeliana”, pensando esclusivamente ai palestinesi. Anche coi palestinesi, però, si identificavano poco. Nessuno sembrava aver notato una cosa: le bombe scoppiavano quasi sempre nei cosiddetti “non luoghi”, in quei posti del medioriente globalizzato che un mio amico intelligente raggruppò nell’insieme “western signifiers”, indicatori di Occidente: la fermata dell’autobus, lo stesso autobus, la fila alla discoteca, la pizzeria in franchising della catena Sbarro, il centro commerciale. Le bombe non scoppiavano nelle sinagoghe, nei luoghi sacri, dove sarebbe stato più ovvio mettere in scena l’uccisione dell’ebreo. Perché? Può darsi che fosse più facile per l’attentatore penetrare inosservato in un bar piuttosto che a una celebrazione. Ma secondo me c’è dell’altro.

I luoghi prescelti, la scena dell’attentato, non dovevano essere i luoghi “degli ebrei” ma quelli degli ebrei assimilati all’Occidente, cosmopoliti, “normali”, “come noi”. Erano i luoghi fatti per mettere chiunque a proprio agio. Non solo gli ebrei, non solo gli occidentali. Andate a vedere le foto delle vittime della bomba alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme, un mese prima dell’11 settembre, e ci troverete la flautista nata in Australia, lo studente di relazioni internazionali, la dottoressa di origini georgiane e sua figlia e quasi tutta una famiglia di religiosi. Quella pizzeria era un luogo per tutti, dove tutti avevano la possibilità di sentirsi a casa. Metafora brulicante del collettivismo individualista della nostra società, della sua gioia di vivere organizzata, sufficientemente anonima, tendenzialmente efficiente anche se alienante. Luoghi aperti a tutti, purché muniti di scontrino o biglietto, senza distinzione. Luoghi dove principalmente gli immigrati desiderosi di integrazione hanno trovato, se non il sentimento dell’accettazione, una cocacola a un prezzo accettabile e un posto a sedere insieme agli elementi più integrati della società che li accoglie, dimenticando l’affanno dell’esclusione.

Così è la metropolitana di Londra: è il tessuto della sua città, soprattutto dal punto di vista di chi ci è appena arrivato. Rappresenta per chiunque la possibilità di raggiungere qualsiasi posto di lavoro, e da lì l’integrazione. Non è un caso che siano i luoghi della mescolanza e della convivenza, i “western signifiers” per eccellenza, a costituire l’obiettivo principale, i ponti da tagliare, l’obiettivo da distruggere per isolare le comunità e uccidere la convivenza e l’integrazione.

Annunci
4 commenti leave one →
  1. anonimo permalink
    12 agosto 2005 10:52

    non attaccano una sinagoga (come d’altra parte non attaccheranno una nostra cattedrale) perché ciò che disturba i terroristi è il nostro vivere tollerante, secolarizzato, democratico e pluralista. E’ la nostra lontananza dalla religione quello che non sopportano, il nostro vivere libero e disinibito, giudicato decadente. Israele è un avamposto dell’occidente; non solo i “non luoghi” ai quali si riferivano i tuoi amici intelligenti, ma tutto un paese i cui avi hanno così poderosamente contribuito alla formazione di quella cultura occidentale che i kamikaze vorrebbero spazzare via.

  2. anonimo permalink
    12 agosto 2005 10:52

    qui sopra, sono shylock, ma il mio blog non mi riconosce più!

  3. 12 agosto 2005 19:10

    Non ti riconosce più perché l’hai abbandonato.

  4. 12 agosto 2005 19:40

    sai com’è, ogni tanto capita anche di fare qualche (breve, non sia mai…) vacanza e l’abbandono dell’amato figlio (che curioso, abbiamo una creatura in comune!) ne è conseguenza necessaria e, in certi casi, benvenuta.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: