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abbasso i parchi

4 giugno 2005
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Parco naturale fa rima con poltrona. Chi lo sa che ogni parco, infatti, prevede presidenti, consigli di amministrazione, più una pletora di guardiaparco che – non vogliamo certo mandarli al macello – costano non poco? Un parco, allora, diviene un’agenzia di collocamento per la burocrazia naturalistica italiana in cui le decisioni si regolano esattamente come in ogni altro luogo di potere: veti incrociati, lottizzazioni ecc. ecc.. Quelli dell’Associazione per la Wilderness ce l’hanno ben chiaro cosa stia dietro ad un parco naturale e quale intento muova i parchi: quello di una sorta di civica educazione alla natura. Che prevede, pertanto, uno “sfruttamento” più o meno intensivo del parco a scopo turistico con strade, sentieri, rifugi, aree picnic, punti di ristoro e una massa di villeggianti a caccia di foto ricordo. E un inevitabile addomesticamento delle selvaggie selve. La Wilderness si propone, invece, di lasciare la natura così com’è, acquistando fette di territorio boschivo per mantenerle immutate. Ispirati alla filosofia ambientale di Thoreau e Aldo Leopold, mettono in luce il valore sacrale di una natura in eterno movimento, che va preservata dalle masse. E soprattutto dalle istituzioni.  

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17 commenti leave one →
  1. 4 giugno 2005 15:36

    Va’ che bella cosa che hai scritto Shylock, sono con te in tutto, proprio. La fine di un parco è quando lo definiscono tale, quando lo recintano, e non serve il filo spinato per recintare un bosco, una montagna o una valle o una spiaggia, basta uno statuto, un’ordine del giorno, una ragione sociale, un consiglio d’amministrazione. Basta il servizio bus.navetta, istituito per tenere lontano il parcheggio che, diciamolo, un parcheggio non è mai abbastanza lontano, dalla natura.
    Io ai bus.navetta, che son parcheggi deambulanti, ci guardo storto.
    p.

  2. 5 giugno 2005 13:44

    caro cartografo (a proposito: ma quanti siete?), non è che il mio desiderio sia smantellare i parchi naturali: se così fosse, infatti, oggi come oggi, sarebbe per farne terreno per le nuove villettopoli da villeggiatura. Quindi, per il momento, credo possa essere saggio difendere i parchi nonostante gli sprechi e la burocratizzazione che li contraddistinguono. Penso, però, in prospettiva futura che la Wilderness sia una soluzione più che auspicabile per la salvagurdia di una natura non domata. E poi, forse, ed è triste dirlo, il diventare proprietari, attraverso l’associazione della Wilderness, del patrimonio naturale, può rendere la collettività maggiormente responsabile e consapevole del suo valore, della sua importanza.

  3. 5 giugno 2005 15:59

    Mah, a me il concetto di Wilderness lascia un po’ perplesso. Mi sembra un conservazionismo un po’ estremista che rischia di risultare più artificiale dell’artificialità dalla quale si vorrebbe proteggere la natura. La natura è parte di un ecosistema e, se va protetta dagli eccessi di sfruttamento che l’urbanizzazione comporta, non può essere isolata dal resto del sistema-mondo. Tutto si trasforma e la preservazione ad oltranza di uno stato mi pare altrettanto innaturale della sua distruzione. I parchinaturale mi paiono un buon compromesso.

  4. 5 giugno 2005 20:46

    Caro Shylock (per la precisione siamo 18) e Yurigu, mi riferivo non approvandolo al lato turistico/commerciale del parco naturale, le aree picchenicche, le visite guidate, cose di questo genere. Si gioca forse con le parole, zona protetta più che parco, allora.
    Un’area naturale non necessariamente deve essere messa a disposizione del “tempo libero”, tantomeno della sete di potere dei politici o delle strumetalizzazioni; questo volevo dire.
    Pienamente d’accordo sulla stupidità della “conservazione” naturale fine a se stessa: un ecosistema per sua natura evolve e per una infinità di accadimenti naturali, lo sviluppo di specie animali/vegetali su altre (noi bravi scimmioni lo abbiamo fatto no?), alluvioni, incendi, terremoti e vulcani (e vabbè, mettiamoci pure il meteorite colossale).
    La “preservazione a oltranza” però si, quando con ciò si intende fare di tutto affinchè un ecosistema, o la natura intera, sia la meno condizionata possibile dalle attività umane, alcune delle quali invadono, inquinano e distruggono, irreversibilmente.
    Altro punto: sono d’accordo con i “wilderness” quando dicono che in certi posti, il laghetto di smeraldo quasi inaccessibile, o il branco di timidissimi cervi, li si raggiunge con mezzi compatibili, onesti, non invasivi e silenziosi, alla pari insomma, tipo le proprie gambe o protesi o ruote di carrozzella ma non ruote di autocarro o pale di elicottero o cavi tirati e appesi a centinaia di tonnellate in tralicci metallici.
    Credo di aver scritto o pensato troppo velocemente, scusate la probabile banalità.
    Saluti
    p.

  5. 5 giugno 2005 21:31

    Caro cartografo, hai espresso, con ottimi argomenti, il mio pensiero.

    caro yurigu, in parte sono d’accordo con te (come il cartografo), mentre in parte credo tu abbia un pò travisato la “filosofia” wilderness. Quest’ultima, infatti, considera proprio la natura come parte di un ecosistema piuttosto che un museo a cielo aperto come, invece, è il parco naturale. Scopo del parco è anche quello di educare alla natura con mezzi impari (sui quali non mi dilungherò perché ne ha parlato in maniera esauriente il cartografo) e conservare la natura istituzionalizzandola. E’ semmai la wilderness che riconosce la “naturalità” della natura, rispettandone quei ritmi, che vanno dalla vita alla morte, e lasciando che la natura sia attaccata da altri, dannosi, fenomeni naturali, come l’incendio, gli smottamenti, le malattie arboree. In linea di principio, la wilderness potrebbe anche implicare l’antropizzazione in quanto fenomeno a sua volta naturale (ne siamo, comunque, del tutto convinti che l’attuale bisogno di terza e quarta e quinta casa sia un reale bisogno? o meglio: ogni bisogno e desiderio umano è lecito?), ma in questo caso subentrerebbe una violazione che nessuno potrebbe considerare lecita: quella alla proprietà!! Sì, perché lo sforzo che si chiede agli associati alla wilderness è proprio quello di acquisire, con donazioni, porzioni di territorio… Penso che gli ultra-libertari sarebbero molto contenti di quest’idea e non a caso Thoreau, che è la base concettuale della wilderness, non è certo campione del pensiero collettivista.

  6. 5 giugno 2005 22:44

    Cari cartografo e shylock, accusatemi pure di antropocentrismo, ma io credo che sia la natura (che pure esigo sia assolutamente rispettata!) a dover essere al servizio dell’uomo e non vice versa. Per questo non mi convince troppo l’idea di acquisire porzioni sempre maggiori di territorio per restituirlo allo stato di wilderness (che per altro oltre a significare “riserva naturale”, significa anche “deserto, solitudine, landa”), mentre preferisco l’idea di un “museo a cielo aperto” con lo scopo “di educare alla natura”.

    Su un punto però avete ragione. Thoreau io lo conosco solo come il teorico (gay, lasciatemelo sottolineare in tempi di gay pride;)) della non-violenza e prima d’ora non avevo mai sentito parlare della sua teoria della wilderness. Mi riservo quindi di informarmi meglio. Grazie comunque per lo stimolo:)

  7. 7 giugno 2005 13:17

    Dopo che dopo alcuni decenni di polemiche l’intero mondo ambientalista, Shy ha riaperto la ferita non ancora completamente rimarginata che ha storicamente diviso i conservazionisti dagli umanisti. Non ho parole 🙂

  8. 7 giugno 2005 20:41

    la vera ferita è il primo periodo del tuo commento…
    Tu che sei esperto pensi che conservazionismo non possa conciliarsi con antropocentrismo?

  9. 7 giugno 2005 20:44

    anzi, mi rispondo da solo: non si possono conciliare, ma una mediazione è possibile, auspicabile e io ci credo. anzi no

  10. iltuttaltro permalink
    13 giugno 2005 00:21

    da piccol sono cresciuta andandomene a spasso tra i boschi belgi. diciamolo, il belgio non è un gran paese ma in fatto di boschi e bici, beh non gli si può rinfacciare nulla. quei boschi avevano davvero un nonsoché di selvaggio, si respirava libertà. per quanto sia difficile sentirsi davvero libero in un bosco o in una foresta. sta di fatto che in italia io quegli spazi non li ho mai più ritrovati. perché? perché dalle città non ci arrivo in cinque minuti a quel verde? dovrò tornare migrante per perdermi tra gli alberi??

  11. anonimo permalink
    13 giugno 2005 13:44

    ronf ronf

  12. 13 giugno 2005 15:06

    l’ho sempre pensato che pure il belgio qualcosa di buono lo dovesse avere! se è per quello, mi si racconta che a Oslo, le linee dei bus spesso terminano al limitare di un bosco.

  13. iltuttaltro permalink
    13 giugno 2005 22:48

    è vero. e in svezia si prendono gli aerei nei boschi. scusate torno a dormire come si conviene alle siure. ciao anonimi e veneziani

  14. 14 giugno 2005 00:16

    e tu, siura boscaiola, non hai un tuo blog sul quale seguirti?

  15. anonimo permalink
    14 giugno 2005 13:19

    beh ma allora non sei esperto in boschi e foreste…
    1.lì la parola d’ordine è errare non farsi trovare
    2.vuoi leggere quello che scrivo? per caso hai dei problemi di sonno?

    sempre il tuttaltro

  16. 14 giugno 2005 14:38

    dall’insensatezza sgrammaticata del commento, non può che essere uno soltanto l’autore del qui sopra: l’anonimo ebu

  17. 11 luglio 2005 13:16

    Ah.. A me basta poterci arrivare a piedi e piantare una tenda, per una o due
    notti, magari vicino a un ruscello.

    Io sono un esperto di erring, come mi perdo io non mi trova nessuno…

    Quindi perfettamente d’accordo con Wilderness e l’anonimo.

    leppie

    PS: I belgi hanno le birre e le moules frites, tra le altre cose.

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