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consigli per la domenica

21 maggio 2005
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Vi diranno che non sono stati capiti. Che i loro progetti sono stati travisati. E che quegli edifici che oggi appaiono come mostri, in realtà sarebbero dovute essere paradisiache unità d’abitazione in cui socializzare, progettare un mondo migliore ed essere felici. Come il Corviale, a Roma, più di un chilometro di scempio architettonico in cui, pur mancando tutto l’essenziale, dai negozi agli autobus, non si erano scordate le sale teatrali (si sa, Brecht prima di ogni cosa) e spazi comuni in cui poter discutere di rivoluzione proletaria.

Non disperate, i capolavori dei "maledetti architetti", come li battezzò Tom Wolfe in un suo divertente e feroce saggio, non sono solo a Roma o a Milano o a Genova: anche nella vostra città potrete facilmente assaporare il piacere delle colate di cemento pronte ad imitare Le Corbusier (quando si parla di cattivi maestri!).

Ecco come l’architettura ideologica di sinistra (assieme a quella di regime fatta di villette geometrili e di abusi e di condoni) ha rovinato il Belpaese.

Mandateci le vostre foto di una domenica diversa a caccia di mostri.

 Il cosiddetto Biscione in quel delle colline genovesi.

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13 commenti leave one →
  1. 22 maggio 2005 09:02

    Possono sembrare brutte queste unità abitative, ed io non le voglio difendere esteticamente se non ripetendo quanto hai premesso tu: non sono state dotate dei servizi di cui necesittavano e con cui erano state progettate.
    Tutta l’Unitè d’abitation di Marsiglia doveva essere dotata di decine di negozi interni ad un piano apposito.
    Vogliamo invece le periferie americane che si stendono per migliaia di ettari con milioni di villette, casette, ciaburne collo sputino di giardinetto?
    Uno se deve andare a fare la spesa prende l’auto e fa minimo dieci kilometri.Queste invasive estensioni di territorio non è che migliorino il paessaggio, anzi.
    In certi casi è meglio salire in altezza, si occupa meno terreno, si lascia più respiro: boschi e campi.

  2. 22 maggio 2005 11:45

    Caro cartografo, sarebbe troppo facile pensare che quegli edifici non siano riusciti perché mancano i negozi o i bus o una portineria. Il problema dello Zen, del Corviale, del Biscione non è l’assenza di qualcosa, ma la loro stessa presenza. Edifici enormi, centinaia di metri di cemento che corrono nel paesaggio a più piani di altezza: ecco dove sta il problema.
    Io, quegli edifici alti, senz’anima, grigi, senza gioia, li ho visti a Mosca e nelle vecchie Leningrado e Berlino Est oltreché nelle periferie italo-francesi. Dietro, c’è un discorso di utopia architettonica che esprime l’utopia politica, e una forma di pauperismo e severità stilistica che rende quegli alveari degli orrori.

    Le case popolari servivano, nessuno lo nega. Eppure, anche nell’Ottocento si costruivano case per gli operai. Con ben altro stile, tutt’altra dignità. Ne sono rimasti tanti, di quei palazzi, in giro per l’Italia, e ti assicuro che sono semplici, essenziali, ma ben più che gradevoli. Piccoli palazzetti a pochi piani, grandi ma di dimensioni umane. Con cortili interni destinati al verde. Se le periferie americane non ti piacciono (e posso in gran parte convenirne con te), guarda allora ai quartieri popolari inglesi: anche lì c’era bisogno di case, di crescita, di lavoro. Eppure il Corviale lo trovi solo a Roma o forse in qualche squallida periferia parigina. A Londra vedi schiere di casette basse, con giardinetto, spesso nascoste dal verde che non impattano l’ambiente se non erodendo lo spazio (cosa che, comunque, avviene ed è avvenuta sistematicamente anche in Italia).

    Insomma, le case popolari servivano, è ovvio. Ma quei mostri che abitano le nostre periferie sono stati più il parto di folli architetti “idealisti” (facciamo loro uno sconto) che non il frutto di una necessità.

  3. 22 maggio 2005 17:17

    Vedi tu, o Shylock, mi parli di quelle bellissime case a tre o quattro piani con due o tre trombe di scale con giardinetti tra loro, che furono costruite all’inizio del’900, ed anche prima. Belle, non c’è che dire; ce ne sono ancora qui a Torino, in Borgo San Paolo, in corso Vercelli le case SNIA, il villaggio Leumann veramente utopico/paternalista.
    Ma allora non era ancora incominciata la grande crescita demografica, la vera migrazione interna italiana conseguente la evoluzione (o involuzione che sia) delle industrie.
    I governi italiani non emanarono leggi adeguate ad a una moderna pianificazione urbanistica, si lasciò spesso fare ad una avidissima speculazione edilizia, i terreni presero prezzi altissimi.
    In altri paesi( vedi Germania. Inghilterra) in cui la rivoluzione industriale era ben prima avvenuta ed esistevano situazioni di più matura democrazia la pianificazione si fece, e spesso, dico spesso, i risultati furono migliori dal punto di vista abitativo e ambientale/paesaggistico.

  4. 22 maggio 2005 17:19

    Ah, aggiungo che i casi edilizi dei “cazzi di Stalin” come li chiamavano in Polonia manco li considero: sono obbrobri non solo simbolici.
    MarioB.

  5. anonimo permalink
    22 maggio 2005 19:17

    il pressappochismo funziona sempre shylock.
    i luoghi comuni anche.
    il libro di wolfe è un’idiozia, che per uno come ta va benissimo.
    assieme alle cazzate sui maledetti architetti de sinistra, sulle colate di cemento celentanesche eccetera.
    e poi il solito appello a mandare le foto dei “mostri”.
    ma andiamo, coglione.

  6. anonimo permalink
    22 maggio 2005 19:18

    te, non ta.

  7. 23 maggio 2005 01:24

    perché gli esercizi di idiozia si fanno sempre nell’anonimato?

  8. 23 maggio 2005 09:40

    caro cartografo, sarei d’accordo con te (e, in gran parte, lo sono), se non guardassi l’anno di nascita di molte delle opere incriminate. Genova, che conosco meglio di altre città, è stata maggiormente scempiata (parlo delle nuove e tante costruzioni sulle colline), negli anni 80 e addirittura 90 quando, cioè, il boom economico italiano si era arrestato da tempo e in termini demografici la città subiva un calo impressionante passando dagli 800 e più mila abitanti degli anni 70 ai 600mila attuali. Lo stesso può valere per il Corviale, per lo Zen, per i palazzoni di Trieste, tutti costruiti troppo recentemente per andare a tirare in ballo la crescita selvaggia e i costruttori da “Le mani sulla città“.
    Oltre, quindi, agli orrori nati negli anni 50 – 60, in cui città come Roma, Torino, Milano, hanno visto crescere abnormemente le loro periferie popolate da milioni di migranti italiani, orrori, certamente, nati e cresciuti con la colpevole inadeguatezza della legislazione italiana.
    Dopo un’Italia dello sviluppo selvaggio, in cui superfluo era considerato controllare come si costruiva, si è continuato a distruggere il paesaggio anche quando le vacche grasse erano finite. Perché? Certo la mancanza o il mancato rispetto di adeguate normative urbanistiche avrebbero potuto fare la loro parte, ma non basta a spiegare il fenomeno. O meglio, del fenomeno vede solo un coté, tralasciandone un altro.
    E cioè che tanti architetti, cattivi interpreti delle utopie architettoniche, hanno costruito pensando più al rispetto di quelle consegne ideali che si erano dati che non a due dati per me fondamentali: l’integrazione col territorio circostante e il rispetto di chi, in quelle case, sarebbe realmente andato a vivere.

    Basta che tu prenda il progettista dello Zen di Palermo, Gregotti, per renderti conto che non si trattava di una corsa contro il tempo, quel quartiere palermitano, per dar la casa a tutti, ma, piuttosto, di una precisa (e folle) scelta urbanistico – architettonica: Gregotti continua a costruire allo stesso modo, e ritiene ancor oggi che il suo mostro siciliano sia degno di nota!
    Ho conosciuto più di una volta architetti che, a parole, difendono

    breve risposta all’anonimo insultante: a casa mia, si contesta con gli argomenti, non con gli insulti. Tom Wolfe un idiota? Benissimo, perché? Non è certo un insulto essere in compagnia di Celentano se denuncia le colate di cemento: ti ricordo, anonimo cafone, che l’Italia ha non certo invidiabili primati di erosione del suolo da parte del trionfante cemento. Oggi, non negli anni 50 – 60. E che, in Italia, a dispetto della popolazione calante, si continua a costruire, a pianificare, a scempiare (anche grazie agli idioti condoni). Non esiste una politica delle demolizioni. E, se le nuove costruzioni, in molti casi, sono giustificate dal fatto che gli italiani mirano alla terza e alla quarta casa, informati sul numero dei vani vuoti a disposizione, nel Belpaese, e poi ne riparliamo…

  9. 23 maggio 2005 10:39

    Chiunque ha dato del coglione al mio amico shylock vada a fottersi da un altra parte e levi il suo culo da questo blog. Ebu

  10. 23 maggio 2005 10:42

    Ora sono contento di questa conversazione e certo non amo Gregotti; però vorrei dire che questo eccesso, questo scempio è avvenuto prevalentemente per mancanza di leggi o della loro applicazione, anche ignoranza e cinismo, malcostume purtroppo incarnito come un vecchio marciume in tanti italiani a cui manco passa per la testa il concetto di “res publica”
    Uno si domanda:
    Ma un architetto perchè dovrebbe agire così, fare ‘ste casacce, per soldi, solo per soldi o è una scelta?
    O si può dare la vecchia, laida risposta: Se non le faccio io, le fa un altro.

  11. 23 maggio 2005 13:16

    cartografo, nel tuo commento manca secondo me un elemento essenziale accanto ai soldi, alle legi, ai committenti: le idee e le convinzioni degli architetti.
    Io non potrei mai avercela con gli architetti tale è il mio amore per l’architettura ma con i cattivi architetti, bè, quello sì… Ma da quello che tu scrivi sembra che poveracci, gli architetti (e i geometri) siano innocenti creature costrette dal potere e dal mercato a realizzare orrori. Sono convinto che se andassimo insieme all’uscita del Politecnico di Torino ad intercettare studenti di architettura, non pochi loderebbero il (pessimo) lavoro di Gregotti, non pochi magnificherebbero gli alveari che devastano colline, litorali e valli italiane.
    Allora, a parte le cattive leggi, a parte i perversi rapporti tra politica ed affari, a parte il rampantismo edilizio, esistono delle colpe specifiche degli architetti che hanno contibuito a fare delle nostre periferie le più brutte dell’Europa occidentale (senza un albero, senza un parco come valvola di sfogo, senza metropolitane)? Come intuirai facilmente, la mia risposta è sì. E i motivi ho cercato già di spiegarli. Sei libero, ovviamente, di contraddirmi…

  12. 23 maggio 2005 17:55

    La risposta è sì.

  13. anonimo permalink
    12 aprile 2010 10:43

    Ho vissuto al Biscione per anni..da bambino (anni '80). Avete ragione quando dite alcune cose dal punto di vista architettonico, ma se ti affacci ad uno qualunque di quei balconi, scopri un panorama mozzafiato che in una città caratterizzata dalla vista Mira-muro non ha prezzo.Un ultima osseravazione sul fatto che tutti i quertieri che avete nominato delle altre città, (vedi Zen e Vele..ecc) sono oggi il simbolo e lo specchio di del degrado sociele delle città dove nascono. Non nel caso del Biscione che oggi è diventato un must per tutti coloro che hanno avuto la "sfortuna" di viverci….

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