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sottomessi al conformismo

13 maggio 2005
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Anch’io voglio parlare di Non sottomessa di Ayaan Hirsi Ali. Proprio come tanti altri blogger liberali e libertari e radicali e occidentalisti della rete. Anzi, sembra proprio che parlare dei dieci minuti di Submission e del recentissimo libro della deputata somalo-olandese (parlare bene o entusiasticamente o superlativamente, s’intende) sia diventato il distintivo da appuntare sulla prima pagina di ogni lib-blog che dio comandi. Un esercizio di fede, insomma. O, piuttosto, la patente di un mefitico conformismo che intacca (o contraddistingue?) anche i presunti liberi pensatori.

Io sono dalla parte della libertà d’espressione. Per me, Submission va proiettato, non certo per il suo irrilevante interesse artistico, ma, piuttosto, perché ultima opera di un uomo che ha pagato con la vita la sua libertà, le cui idee sono state affogate nel sangue.

Però, da lì a fare di Submission e di Non sottomessa le nuove bibbie della riscossa occidentale contro la presunta barbarie musulmana, ce ne corre. Anche perché Ayaan Hirsi Ali è atea. Ma di quell’ateismo militante che da noi si chiama anti-clericalismo. E che, troppo spesso, nella sua dottrinarietà, non è altro che il rovescio della medaglia di un fideismo cieco e irragionevole. Farsi spiegare l’islam dalla rabbia (magari anche legittima) di Ayaan Hirsi Ali sarebbe come far scrivere un saggio sui froci al cardinal Ruini oppure confondere Farenheit 9/11 di Micheal Moore con la Democrazia in America di Tocqueville.

E poi, la Ali, fa dell’islam un tutto omogeneo mentre noi sappiamo che il problema del mondo musulmano è proprio il suo essere variegato, la differenza tra contesti modernizzati e laici che lottano per un riconoscimento politico e giuridico dell’evoluzione della società civile ed altri arretrati e retrivi e violentemente teocratici. Ad esempio, la pratica delle mutilazioni genitali femminili ha più a che vedere con il mondo tribale e medievale dell’Africa dalla quale la deputata proviene che non con l’islam tout-court. Ed il ruolo che i paesi islamici accordano alle donne è diverso da luogo a luogo, tanto che il Pakistan così come l’Indonesia hanno conosciuto premier donne, e ministre, deputate, magistrate esistono in tante nazioni musulmane.

Se anche i liberi si lasciano trascinare dal conformismo, siamo fritti. A meno che i liberi non siano quelli.

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6 commenti leave one →
  1. 13 maggio 2005 22:37

    Caro Shylock, non ho letto il libro di Ayaan Hirsi Ali e quindi non posso giudicarlo. Però mi preme dire che non tutto l’anticlericalismo può essere considerato “il rovescio della medaglia di un fideismo cieco e irragionevole”.

  2. 14 maggio 2005 11:52

    Hai ragione Yurigu, l’anticlericalismo ha condotto battaglie giuste e condivisibili e necessarie. Trovo che però, spesso, molti anti-clericali siano dei clericali di segno rovesciato piuttosto che dei veri liberi pensastori. Ma forse mi sbaglio…

  3. 14 maggio 2005 14:30

    E’ certamente vero shylock per un certo anticlericalismo, ma non so se Ayaan Hirsi Ali ne faccia parte.

  4. 14 maggio 2005 17:03

    La Ali è atea. Un anticlericale non necessariamente deve essere ateo. Ma la Ali non è neppure anticlericale dal momento che per l’Islam il clero non esiste.

  5. 16 maggio 2005 08:52

    E’ un post molto equilibrato e razionale. Il rischio di ideologizzazioni c’è sempre e in tutti gli “schieramenti” (o come si vogliono chiamare) e bisogna vigilare continuamente. Tuttavia non ci sono solo gli atei e gli agnostici provenienti dall’Islam a criticare le società di cui sono originari. Anche alcuni religiosi non particolarmente integralisti cominciano ad avvertire la necessità di intraprendere delle riforme dall’interno. Verissimo che ci sono delle pratiche + legate alle tradizioni locali che all’Islam e anche il trattamento riservato alle donne sembra a volte + proveniente dal tipo di società (vedi per es. l’uccisione della figlia da parte di un padre cristiano perché voleva sposare un musulmano, sotto l’ANP), che dalla religione stessa. Però bisogna anche stare attenti all’integralismo islamico che tende ad imporre una certa filosofia col rischio di omologare il pensiero (e la ragion critica) dei propri seguaci e portarli a pratiche violente non solo nei confronti degli apostati, ma nei confronti di tutti coloro che non si adeguano ai loro diktat.

  6. 16 maggio 2005 09:37

    Cara esperimento, eccome se bisogna stare attenti all’integralismo islamico! Ma il punto sul quale vorrei riflettere, è quello delle generalizzazioni: non tutto l’islam è uguale, non tutte le donne nei paesi musulmani sono trattate (o maltrattate) allo stesso modo, non tutto il mondo islamico è arretrato e barbaro e fondamentalista. Ha detto benissimo Emma Bonino in un’intervista ieri a Repubblica: le differenze culturali o sociali tra noi e loro spesso sono minime ed irrilevanti. Cosa davvero ci separa? L’assenza di regimi politici democratici.
    Ricordo un mio viaggio, l’anno scorso, in Tunisia: paese certo non ricco ma non per questo poverissimo, dagli usi e costumi che, per alcuni aspetti, potrebbero rimandare al sud Italia o alla Grecia o alla Spagna (abitudini mediterranee). E però, governato da un dittatore con un ridicolo e sproporzionato culto della personalità.
    Noi liberi, secondo me, dovremmo quindi imparare a distinguere. Condanniamo e sbeffeggiamo l’integralismo. Ma difendiamo i processi di democratizzazione evitando di fare del’islam un grande moloch tutto d’un pezzo.
    E ciò dovrebbe valere sia per quelli che odiano e condannano a priori qualsiasi religione, vedendo nell’islam la peggiore di tutte (tipo Houellebecq, per intendersi). Oppure da chi, illuminato sul cammino di Damasco, non si stanca ogni giorno di benedire il proprio dio a detrimento di tutti i santi, dei, padri di casa d’altri.

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