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13 maggio 2005
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Il numero che fa da titolo al post è forse la misura della disparità di vedute tra la Casa Bianca e la vecchia Europa. Per l’esattezza, è il numero di voli che la Lufthansa ha dovuto cancellare in occasione della visita compiuta dal presidente Bush in Germania tre mesi fa. La compagnia aerea tedesca  ha pensato di presentare il conto, e non so fino a che punto sia questa una semplice azione legale nell’interesse di una impresa privata, e da che punto in poi la si possa invece considerare come l’espressione della distanza tra un Presidente iperattivo, che se ne va in giro a segnalare l’emergenza di un Occidente sotto costante minaccia di annientamento e un Occidente che continua a considerarsi al riparo da qualunque imprevisto, timoroso soltanto di sconfinare, per distrazione o per inganno, dal paradiso terrestre del libero mercato.

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  1. 13 maggio 2005 15:45

    Nel frattempo, Alitalia, per uno sciopero dei controllori di volo, di voli ne ha cancellati 211 (la metà di quelli Lufthansa che sono anche misura delle ridotte proporzioni della nostra compagnia di bandiera).
    Insensatezza dei sindacati sempre pronti a scendere in piazza a manifestare anche e soprattutto quando la congiuntura economica e la situazione aziendale tendono al declino?
    O piuttosto, ennesima prova di un paese allo sbando?
    O irragionevolezza di una compagnia aerea che avremmo dovuto lasciar fallire l’anno scorso, come fecero belgi e svizzeri con le loro compagnie, per dar poi vita ad un’azienda più snella ed efficiente ed agile?

  2. 13 maggio 2005 15:55

    Sarebbe interessante cercare di capire, dopo lo snellimento di Swissair, Airlingus e compagnia, quale sia stata la sorte del personale eliminato. Le cose sono due: o se la passano male e quindi hanno ragione i nostri sindacati, oppure si è trovata una soluzione ragionevole (magari esportabile).

  3. 13 maggio 2005 16:25

    non saprei dirti con precisione quale sia stata la sorte dei dipendenti delle tante compagnie aeree fallite o per la crisi internazionale post 11 settembre (swissair, sabena) o per la deregulation anni 80-90 (le mitiche Pan Am, Twa, Eastern e Braniff). Quel che è certo è che il mercato aereo è radicalmente cambiato, sono nate tante nuove e grandi compagnie, dalle europee low cost alle potentissime mediorientali come Emirates e Qatar airways che sono cresciute anche grazie al tanto personale occidentale altamente professionalizzato in esubero che ora lavora sui loro aerei.

    Poi, una flessibilità del mercato del lavoro (accompagnata da rigide regole) ed una generica snellezza del mercato (tutela della concorrenza, incentivi o facilità nell’apertura di nuove imprese) contribuiscono ad assorbire i lavoratori in esubero e a dinamizzare la situazione economica.
    Non a caso, paesi come l’Inghilterra thatcheriana e poi blairiana hanno bassi livelli di disoccupazione (le politiche economiche degli otto anni di governo Blair hanno permesso a più di due milioni di inglesi di uscire dalla soglia della povertà), a differenza della Vecchia Europa che ha un mercato del lavoro rigido e datato.

    L’Italia, come sempre, è nel guado.
    Noi, non siamo né liberisti né welfaristi, né idolatri del mercato né dirigisti. Produciamo buone leggi sulla flessibilità del lavoro che ottengono l’effetto contrario e, cioè, la precarizzazione. Perché in Italia le regole non sono mai certe, le giuste garanzie ai lavoratori che qualsivoglia paese liberista dovrebbe garantire non esistono se non in maniera sfumata; non si è compiuta la liberalizzazione dell’accesso alle professioni, che le rende ancora appannaggio di happy few; ma, soprattutto, gli incentivi all’impresa, alla competitività, all’investimento, alla ricerca, o tardano a giungere oppure, quando arrivano, è con ritardi ingiustificabili. E Berlusconi ha mancato l’appuntamento con quella modernizzazione del paese che millantava di poter generare.

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