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Pappe molle

11 aprile 2005
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Ve lo dico in un orecchio: c’è un tizio che ha messo in rete un testo nuovo di Papa Slavoj Zizek. Il titolo è La passione ai tempi della fede decaffeinata, e si parla di passione e di fede. Perchè, ammettiamolo, questi attentatori suicidi nel nome di Allah ci fanno un poco d’invidia. E anche Oriana Fallaci, anche lei con la bava alla bocca ci fa invidia. A noi rammolliti occidentali ci fanno invidia quelli che credono così forte alla loro identità da essere pronti a morire, a farsi male, solo per testimoniarla.
Zizek dice ceh il politicamente corretto ha rotto il cazzo, basta con la tolleranza e le vie di mezzo. I negri puzzano, gli islamici picchiano le donne (anche quelle rare volte che a loro non piace essere pestate a sangue), gli ebrei la devono smettere, e anche i francesi. Sono tutte cose che non si dicono, certo. Il problema è che le pensiamo. L’altro problema è che a volte sono vere e bisogna farci i conti. Magari partendo da questo nostro bisogno di essere anche noi qualcosa per gli altri, anche a costo di essere qualcosa di scomodo e di negativo, anche a costo di essere noi stessi.
Si dirà che in quanto ricchi grassoni fascisti occidentali noi gia siamo un bel peso per gli "altri". Vero, ma per quanto ci sforziamo di diventare l’interfaccia morale delle nostre carte di credito, noi occidentali siamo anche altro, e per quanto siamo tenaci nel tentativo di ammazzare la nostra identità, essa continua a premere e a rivelarsi nelle cose che facciamo.

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3 commenti leave one →
  1. 11 aprile 2005 13:00

    Io purtroppo ho solo il bancomat, la carta di credito non me la danno, dicono che ho troppi pochi euro in conto

  2. 11 aprile 2005 19:58

    ho sempre l’impressione, quando si parla di politicamente corretto/scorretto, che si sia di fronte a tipiche polemiche tra intellettuali sui comportamenti degli intellettuali stessi o, al massimo, sui comportamenti dei singoli. Perché, infatti, se l’essere politicamente scorretti, e cioè non lasciarsi incantare dalle verità comode, non pronunciare le banalità di rito, non cantare nel coro, è comportamento che ci augureremmo da qualsivoglia intellettuale (ricercatore, scrittore, opinionista, giornalista, insegnante che sia) non altrettanto si può dire per le masse. Alla fine dell’800, un intellettuale e scrittore francese di grande fama all’epoca, Maurice Barrès, una sorta di D’Annunzio d’Oltralpe, seduceva le masse convincendole della bontà dei pregiudizi, anzi, sulla necessità di rivestirsi di pregiudizi. L’italiano, così, veniva giudicato truffaldino, l’ebreo corrotto e corruttore. All’epoca, non pochi furono gli episodi di “massacri” di italiani approdati ai lidi francesi in cerca di lavoro e, per quanto riguarda gli ebrei, si esemplificò il più teatrale e noto caso di antisemitismo dell’età contemporanea, quello del processo all’innocente Dreyfus.
    E’ indubitabile che il buonismo collettivo sia a tratti intollerrabile, ma sarebe più gradevole il “cattivismo”, la ferocia bruta e gratuita?

    Riguardo all’identità occidentale, sono anch’io convinto che sia giunto il momento di ripensarla in termini costruttivi archiviando (ma non dimenticando) decenni di critica anti-occidentale. Tuttavia, non credo che la costruzione dell’identità debba passare necessariamente attraverso l’abbattimento delle identità altrui. E’ ovvio che per costruire se stessi, il confronto con l’altro da sé è fondamentale, ed anche inevitabile, dal momento che non siamo atomi chiusi in una camera iperbarica lontani da altri atomi (e anche le civiltà sono tra loro limitaneee e sovrapposte). però, non sento il bisogno di alimentare odi atavici che, volenti o nolenti, covano in noi ma che un necessario disciplinamento sociale (checché ne abbia detto Foucault, pensatore per molti aspetti seducente, il disciplinamento è un requisito necessario per vincere l’anomia e per evitare che la libertà si traduca, certamente, in licenza) ha ricacciato nel profondo dei nostri istinti.

  3. 13 aprile 2005 19:15

    Io non starei a minimizzare. Se minimizziamo quello che dicono e fanno gli intellettuali, allora chiudiamo e andiamo a comprarci un orto fuori città. Poi magari ci facciamo due lire e a fine anno ci scappa pure che ci compriamo un mulo. (Ebu già si è pisciato addosso al pensiero). Le “masse” le senti sull’autobus che dicono “bagaglio culturale” e “immaginario collettivo”, quindi non direi che è tutta colpa di Maria De Filippi ciò che gli passa per la testa.
    Barrès aveva detto una cosa giusta, dal punto di vista biologico: i pregiudizi servono per non dover trascorrere la vita a fare le lastre a tutti quelli che ci passano accanto. Un’idea che nasce dalla società di massa e si rafforza con la globalizzazione. L’abito non fa il monaco, ma quanti postini vanno in giro col saio? D’altro canto, i linciatori francesi non stavano ad aspettare la copertura teorica di Barrès per menare le mani.
    Dare fuoco all’odio atavico non è neanche nel mio programma di governo. Solo che mi interessa capire quanto durerà questa favola che i negri sono buoni e noi un po’ di più. A informarsi di come funziona a livello internazionale, viene fuori che noi siamo delle teste di cazzo, e i negri ci vogliono ammazzare, a torto o a ragione. Se pure avessero ragione, per qualche motivo sono passati dalla parte del torto. Si sono inventati che è addirittura dio a dirgli che noi bianchi puzzoni dobbiamo morire. E allora sorge un problema, come dire, contingente: se proprio dobbiamo morire in una specie di programma di sterminio realizzato in esclusiva per noi occidentali, che almeno ci sia dato (da noi stessi, per carità) di capire di cosa è fatta questa identità, che magari ne vale anche la pena.

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