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Kony 2012

11 marzo 2012
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Non trovo il dato ufficiale, ma ad occhio e croce il video Kony 2012 detiene il record di video con la crescita più rapida della storia di Youtube. Oggi il documentario/campagna ha raggiunto 70ml. Penso non sia azzardato dire che siamo di fronte ad una pagina tanto della storia di internet, quanto delle pratiche politiche. Fra tutti, il dato che mi pare più saliente e’ che l’obiettivo di massima che l’organizzazione si era data era di bucare il traguardo del mezzo milione. Ho come l’impressione che nessuno, nemmeno Youtube stesso, avesse potuto prevedere un fenomeno simile.

L’Occidente non vince più guerre

7 marzo 2012
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Shylock ha chiesto ad Andrea Beccaro, ricercatore in Studi strategici e autore del recente “La guerra oggi e domani”, di tracciare un bilancio degli ultimi interventi militari occidentali.
Shylock: L’opinione pubblica occidentale – seppur non poco distratta di fronte al conflitto siriano – reclama ancora una volta l’intervento armato delle forze internazionali. La politica internazionale si è però mostrata fino ad ora molto cauta rispetto ad un possibile intervento contro Damasco. A cosa va addebitata secondo te tale cautela?
Andrea Beccaro: Cautela o assenza di una qualsivoglia posta in palio? In Libia la Francia ha spinto per l’intervento anche (utilizzo anche perché le spiegazioni mono causali non mi sono mai piaciute) per via dei suoi interessi petroliferi nella zona, in Siria aspetti di questo genere non ci sono. L’assenza di interessi spiega, in parte, anche il non intervento occidentale in molti paesi africani tanto per fare altri esempi. Ma a mio avviso rispetto ad altre contingenze simili, la questione siriana può essere spiegata attraverso tre letture. Da un lato è un paese centrale per il medio oriente, pericolosamente vicino a Israele dal punto di vista geografico, fortemente invischiato in Libano e con problemi settari al proprio interno. Rispetto per esempio alla Libia dunque la Siria è un paese con una posizione internazionale più complessa. In secondo luogo per interventi di questo genere serve che la comunità internazionale sia concorde o quantomeno non ci siano paesi che si oppongano apertamente il che al momento non è così. Ci sono paesi forti contrari all’intervento, se queste divergenze non vengono appianate difficilmente si potrà pensare a un intervento. Infine si può portare una spiegazione più militare, anche se forse è meno pregnante delle altre due. Da dopo la Somalia gli interventi occidentali di questo tipo sono stati quasi sempre basati sul solo impiego dell’arma aerea (Bosnia, Kosovo, Libia). Al di là dell’efficacia di tale approccio, che per me non esiste, la Siria presenta delle difficoltà non da poco. Confina con la Turchia un paese NATO da cui gli aerei potrebbero decollare, ma pensare a un ruolo di tal genere per la Turchia mi pare azzardato visto che già in occasione della guerra in Iraq aveva chiuso il proprio territorio. Le basi in Israele sono ovviamente fuori questione onde evitare l’allargamento del conflitto e pericolosi fraintendimenti su chi fa cosa. Le opzioni che rimangono sono due o si utilizzano solo forze aeree imbarcate, e quindi Francia Inghilterra e Stati Uniti sono gli unici in grado di fare qualcosa, ma numericamente queste forze sono molto ridotte; o si utilizzano le basi italiane per esempio costringendo però i piloti a lunghissimi voli, a rifornimenti in volo e a un tempo di stazionamento sul teatro ridotto per non dire quasi nullo.

Sh.: Qual è il bilancio delle guerre umanitarie degli ultimi decenni? E a che punto è l’esportazione della democrazia?

A. B.: È un bilancio estremamente negativo dal mio punto di vista. L’Occidente dopo aver vinto la Guerra del Golfo nel 1991 e “vinto” la Guerra fredda con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’impero sovietico non ha più vinto una guerra. In Somalia c’è stata una ritirata frettolosa che non ha condotto a nessuna risoluzione, tant’è che oggi la guerra civile continua ed è forse peggio di prima visto che ormai si tratta di un conflitto che coinvolge i gruppi islamici e il fenomeno della pirateria navale. Nei Balcani, certo la guerra è terminata ma non per merito dei bombardamenti dal momento che la situazione si è stabilizzata in base, all’incirca, alle linee dei fronti al momento della cessazione delle ostilità. Il Kosovo è nato grazie all’appoggio occidentale, ma al di là di problemi etnici irrisolti al suo interno è un paese che vive sugli aiuti umanitari ed è pieno di operatori occidentali. L’Afghanistan, che certo non è mai stata una guerra umanitaria, ma che con il tempo si è trasformata in un operazione di nation building, ce lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e non ha bisogno di ulteriori spiegazioni per evidenziarne la debolezza e insicurezza. L’Iraq, altra guerra non umanitaria ma che si è trasformata nel tentativo di costruire una democrazia, è sparito dai media occidentali, ma registra quotidianamente attentati (autobombe, attentatori suicidi, sparatorie) e la politica interna è tutt’altro che pacifica come si può vedere dai continui contrasti tra sunniti e sciiti e dal recente caso del vice presidente al-Hashemi accusato di aver organizzato attentati, ma fuggito in Kurdistan da dove le autorità centrali non riescono ad estradarlo. La Libia è il caso di guerra umanitaria più recente e anche lì finiti i bombardamenti la situazione è tutt’altro che chiara e definita. Il governo centrale non ha sostanzialmente potere, non ha disarmato i gruppi ribelli, un passo fondamentale se si vuole che lo stato imponga il suo monopolio della coercizione fisica legittima. Le fazioni pro-Gheddafi non sono sparite del tutto ed elementi criminali e legati al terrorismo internazionale sono molto presenti. Senza dimenticare le lotte interne per il potere tra le diverse tribù e clan. Insomma, finiti i bombardamenti occidentali non è certo finito il conflitto.

Sh.: E’ accettabile restare impassibili davanti al massacro di civili messo in atto da Assad o da altri capi di Stato? Se non l’intervento umanitario, possono essere efficaci sanzioni ed embargo, come attualmente applicati all’Iran?

A. B.: Le sanzioni e l’embargo applicati all’Iran funzionano? Hanno ottenuto i risultati che si prefissavano? La risposta è chiaramente no, visto che il programma nucleare iraniano sta procedendo. Lo stesso discorso si applica al caso della Corea del Nord che malgrado tutto ha realizzato i suoi obiettivi nucleari. Negli anni ’90 l’embargo all’Iraq ha semplicemente colpito la popolazione senza ottenere alcun risultato sulla situazione politica, anzi forse ha dato un aiuto a Saddam per la sua repressione interna, da un lato, e per aumentare l’odio verso l’occidente dall’altro. Pressioni ed embargo storicamente non funzionano bene né sono strumenti a breve termine. Hanno ricadute, se le hanno, sul lungo periodo per cui non sono strumenti minimamente adatti a fronteggiare una guerra in corso. Possono essere degli strumenti aggiuntivi ma nient’altro. Senza contare che hanno più effetto in guerre tradizionali fra stati dove la produzione militare e tecnologica ha un forte peso, ma in una guerra civile si può combattere anche con i machete per cui un embargo sulle armi ha ovviamente un impatto minore. Inoltre affinché riescano ad essere un minimo efficaci dovrebbero essere accettati e rispettati da tutta la comunità internazionale che mi sembra invece ancora frammentata.

Sh.: Non c’è il rischio, però, di venire identificati con quei pacifisti “senza se e senza ma”, sempre pronti a condannare i fallimenti degli interventi occidentali e, allo stesso tempo, così poco avvezzi a denunciare la violazione di diritti umani da parte di regimi autocratici nei paesi del terzo mondo?

A. B. : Sarebbe la prima volta che vengo scambiato per un pacifista. Non credo sia sbagliato a priori intervenire, solo che le modalità di intervento messe in atto in questi ultimi anni non penso siano in grado di risolvere i problemi. Se si vuole intervenire lo si faccia, ma con una strategia chiara e la volontà necessaria. Tutto ciò implica avere una politica definita con obiettivi da raggiungere (la semplice destituzione di Assad non può essere un obiettivo se poi si lascia mano libera alle diverse fazioni presenti, come fu fatto in Iraq dopo Saddam e anche in Libia), utilizzare la forza in modo proporzionato e mirato certamente, ma anche massiccio nel senso che serve un intervento con truppe di terra in grado di controllare il territorio e di rimanere nell’area per diverso tempo. Resta il fatto che intervenire in una guerra civile è sempre molto rischioso ed è un’opzione che difficilmente viene presa in considerazione per una serie di buone ragioni. Il problema con la cosiddetta “guerra umanitaria” è che comunque la si voglia guardare e interpretare essa è guerra. Ovvero non solo un fenomeno che vede due fazioni opporsi, ma che le vede anche animate, come direbbe Hobbes, dalla volontà di affrontarsi in battaglia per un determinato spazio di tempoÈ interessante notare come già Clausewitz avesse trattato un tema in parte vicino a quello della “guerra umanitaria” affermando che questo è un modo estremamente pericoloso di affrontare il fenomeno bellico che è invece complesso e pericoloso.

Invece, sulla “guerra umanitaria” e la questione dei diritti umani è interessante ricordare la riflessione di Carl Schmitt il quale criticava apertamente tale concetto, poiché l’umanità non può avere nemici e di conseguenza non può combattere. Quando uno stato, o una coalizione, si arroga il diritto di combattere una guerra in nome dell’umanità il nemico di quello stato viene criminalizzato con il conseguente rischio che la guerra si trasformi in guerra totale. Gli esempi della Seconda guerra mondiale e quelli più recenti della guerra al terrorismo o la guerra in Iraq (con l’identificazione di tutto il blocco sunnita come il nemico da escludere dal nuovo governo) non fanno che confermare quell’intuizione di Carl Schmitt.

 

le parole per (non) dirlo

4 marzo 2012
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Il 20 agosto 2008 il volo Spanair 5022 da Madrid a Gran Canaria si schiantò a terra subito dopo il decollo. Morirono 154 passeggeri tra cui uno steward italiano, Francesco Riso, in viaggio col suo compagno. Nonostante fosse chiara a tutti la natura del loro rapporto (i due convivevano da anni, avevano un figlio) i media italiani si guardarono bene dal chiamare le cose col loro nome, ostentando un esagerato pudore: Francesco era in viaggio con un “amico”, i più audaci ed ipocriti parlarono di “amico del cuore”. Ne venne fuori una polemica tra l’Arcigay, che denunciò l’ipocrisia della stampa italiana, e Francesco Merlo che, su “Repubblica”, accusò Grillini di voler strumentalizzare a fini politici la vicenda di Riso infischiandosene del suo diritto alla riservatezza, anche da morto. In piccolo, io diedi ragione a Merlo mentre l’amico Selfsurfer (dove sei finito Self? non posso neppure più linkarti ora che splinder è defunto) mi accusò via skype di essere ipocrita tanto quanto i media italiani. In quel caso credo avesse ragione, e me ne sono accorto in questi giorni con la morte di Lucio Dalla. A me, che Dalla fosse gay o meno, interessa davvero poco. In vita, il cantante non ha mai parlato apertamente della propria omosessualità. La morte talvolta aiuta a svelare segreti, in alcuni casi a confermare “segreti di Pulcinella”: i necrologi dei più intimi amici di Dalla pubblicati sul “Corriere” di un paio di giorni fa sono spesso indirizzati a Marco, evidentemente suo compagno di vita. I media, in questi casi, avrebbero due possibilità: o soprassedere, rispettando l’estrema riservatezza con cui il cantante pare avesse vissuto la propria vita intima, oppure dire le cose come stanno: Marco Alemanno, 31enne, di Lucio Dalla era il compagno. Tra le due opzioni, ha vinto di gran lunga l’ipocrisia: per Radio3, notiziario di stamane alle 10.45, Alemanno era “l’amico di una vita”; “La Stampa” di ieri ha farcito di ipocriti eufemismi la sua cronaca da Montreux: “Marco non è solo attore, performer e corista della band: per Lucio Dalla era molto di più” e ancora, a proposito di Ron: “anche lui, per Lucio, non è stato solo la scoperta di un talento, un amico, un collega. E’ stato molto di più”. Il “Corriere” di oggi a p. 42 sceglie una foto non casuale, ritratto del dolore per la morte del cantante. Ecco la didascalia: “Disperato. L’amico di Lucio Dalla, Marco Alemanno, segue in lacrime l’auto con il feretro”.

Su questo blog siamo convinti che ognuno abbia il diritto di vivere la propria vita senza essere sputtanato e senza dover fare delle proprie scelte e del proprio essere una bandiera politica, sociale o culturale. Ma nell’ipocrisia eufemistica della stampa italiana c’è ben altro: quando si tratta di poveracci massacrati da marchettari rumeni o marocchini, i giornalisti italioti non s’interrogano sulla legittimità di associare ad un nome espressioni decisamente esplicite quali “ambienti gay”, “frequentazioni equivoche”, “ragazzi di vita”. Quando si tratta invece di associare l’omosessualità ad episodi che non siano da cronaca nera, anzi, quando l’omosessualità è vissuta (forse) con normalità familiare, ecco allora in agguato il pudore politicamente corretto. L’ipocrisia, insomma.

note a margine di un declino

1 marzo 2012
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Questo è un post intimista, personale e nostalgico. Dettato da una conversazione e da una ricorrenza: dieci anni fa facevo parte della giuria studentesca della Quinzaine del giovane cinema francese, piccolo evento organizzato dal Centre culturel français di Genova nel mitico cineclub Lumière, storica sala che ospitava rassegne sul nuovo cinema tedesco (con ospiti Herzog e Reitz), retrospettive sul grande western americano e proiezioni di pellicole polacche e sovietiche. Serate affollate, in cui prima e dopo il film si potevano fare due chiacchiere con gli altri spettatori. Quel mondo sembra ormai perduto, e non son passati che dieci anni: il Lumière ha chiuso e della grande stagione dei cineclub genovesi non resta pressoché nulla. Anche il Centre Culturel ha chiuso e al suo posto è rimasto un centro linguistico dell’Alliance Française come ne esistono anche a Biella e a Caltanisetta. Del Goethe Institut restano un paio di dipendenti (smantellata la biblioteca, ceduti i corsi di lingua); nel frattempo, hanno chiuso i consolati di Francia, Germania, Stati Uniti, Svizzera (per citare solo i più attivi nella promozione culturale) e l’amministrazione comunale ha smesso di erogare fondi alle sale cinematografiche e alle rassegne per cinefili. Ah, dimenticavo: non resta quasi più traccia neppure della communauté des franco-génois con la quale avevo condiviso inizialmente una settimana di buon cinema e, poi, piacevoli scorci di vita studentesca: tutti tornati a casa, lontani da una città bella ma dal futuro incerto.

fratelli di pregiudizi

21 febbraio 2012
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Dei miei viaggi in treno su e giù per la Penisola ho già riferito qui e qui. La mia condizione di settentrionale in transito nel Mezzogiorno fa di me il bersaglio privilegiato di quelle conversazioni da scompartimento incentrate sulle differenze tra Nord e Sud, particolarmente care a tanti viaggiatori. L’idea che mi sono fatto è che se in Padania spopolino i pregiudizi sui meridionali cialtroni, improduttivi, sfruttatori dell’operosità del Nord, tutti temi amplificati dalla Lega, a Sud spopolino pregiudizi di segno rovesciato, su un Nord sfruttatore e vessatore la cui ricchezza si debba in larga parte al costante impoverimento del meridione. Sull’onda di popolarissimi libri è convinzione comune che la fine dell’età dell’oro nel Sud coincida con l’Unità d’Italia che non sarebbe stata il compimento di una volontà comune nella Penisola bensì lo strumento in mano ai Savoia per depredare il terzo Stato più ricco d’Europa.  Inutile citare dati e statistiche che diano prova dell’incredibile arretratezza del Regno delle Due Sicilie, con indici elevatissimi di analfabetismo, con un’economia pre-moderna, privo di quelle minime libertà politiche concesse invece dagli odiati Savoia. Inutile spiegare che – fatti salvi i tantissimi errori della nostra Unità – la forbice tra Nord e Sud si sarebbe ridotta per quasi cento anni, grossomodo fino agli anni Cinquanta, quando il settentrione si mise a correre in pieno boom e il sud rimase al palo. Inutile dire che, di conseguenza, le responsabilità per il mancato decollo del Sud non vadano addebitate solo ai piemontesi (o alla massoneria, chiamata in causa dai più sofisticati) ma, semmai, anche a scelte un po’ più recenti, ad opera, non poche volte, dei tantissimi uomini politici e di governo che il Sud ha espresso nell’Italia repubblicana. I cui stanziamenti economici in favore del Mezzogiorno non contribuirono in alcun modo a colmare quell’enorme gap che esisteva ben prima dell’Unità tra un Nord in parte industrializzato ed un Sud agricolo, ma semmai servirono prima di tutto a comprare il consenso.

e se non fosse (ancora) la volta buona?

16 febbraio 2012
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Sono contento a metà, ad essere sincero. Perché se è vero che la candidata voluta dalla sinistra degli affari ha perso, e se è vero che il PD esce dalle primarie genovesi con le ossa rotte, non sono per nulla convinto che il già veneratissimo Marco Doria possa essere la persona giusta. Non tanto la persona giusta per vincere le prossime elezioni, bensì la persona giusta per governare questa città sempre più sclerotizzata, sempre più nelle mani di comitati d’affari, sempre più vecchia e pessimista. Non ho certo paura di Marco Doria perché è un comunista né nutro sospetti verso di lui perché è figlio del marchese rosso e discendente di nobilissima schiatta. A lasciarmi perplesso è semmai il suo entourage, quella fetta di società civile che lo ha eletto a salvatore della patria. Perché in fondo, Doria è il candidato dei salotti e dei movimenti, è l’opzione vincente per l’alta borghesia sinistrorsa e per i nostalgici, per gli armatori letterati e per i portabandiere dell’antipolitica. Se ha ragione Paolo Villaggio – ed io penso abbia ragione – nel ritenere che la morte di Genova vada in larga parte addebitata ad un’alta borghesia egoista, gretta, benpensante e, aggiungerei io, ad un radicalismo esasperato, allergico alle analisi, votato alla protesta lamentosa (che è poi una versione aggiornata del tradizionale mugugno), ho i miei dubbi sul fatto che a vincere sia stato il nuovo. Semmai, una versione melanconica e post-moderna del vecchio, in grado di serrare intellettuali ex organici a giovani scalmanati, signore dei salotti a folkloristici transessuali. Spero di sbagliarmi, spero che Marco Doria sarà bravissimo e – qualora eletto – si dimostri in grado di far piazza pulita di quelle forze che hanno infiacchito questo città bellissima, che ne hanno minato lo sviluppo, che le hanno compromesso il futuro. Dovrebbe però cominciare da chi gli sta attorno, da quegli intellettuali per tutte le stagioni che si trascinano, sempre eguali a se stessi, da 40 e più anni a questa parte; dovrebbe liberarsi di quei professionisti dai nomi prestigiosi, anti-sistema quando si parla di politica ma integratissimi quando si parla di affari, soprattutto dei loro affari. Dovrebbe contenere i professionisti della protesta, gli adoratori dei movimenti, i maniaci della decrescita felice, gli schizofrenici che reclamano sviluppo senza porto, senza strade, senza ferrovie e senza qualche altra decina di cose. E dovrebbe far le pernacchie ad una cricca di gattopardi politici, ieri massacrati alle primarie e oggi già pronti a saltare sul cavallo (forse) vincente.

non lei, vi prego!

8 febbraio 2012
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Il mio, forse, è anche un pregiudizio, lo ammetto. Ma che Roberta Pinotti possa vincere le primarie genovesi di domenica ed essere, in caso di vittoria alle elezioni, il prossimo sindaco cittadino, m’inquieta non poco. I pregiudizi derivano dalla sua formazione, caposcout, ex catto-comunista ed oggi esponente cittadina dei cattolici democratici, quanto di più lontano possa esserci da me. Intendiamo, io non ho antipatia né per i cattolici né per i democratici: semmai, è proprio l’eredità catto-comunista che mi disturba, quella somma di due chiese, di due dogmatismi, di due mondi quasi del tutto esenti dal benefico vento dello spirito critico. Non meno preoccupante è l’appoggio a Roberta Pinotti da parte dei maggiorenti piddini locali, di quella sinistra degli affari che ha in Claudio Burlando il suo principale riferimento. Se passiamo però dai pregiudizi ai primi giudizi, beh, il sintetico programma che la candidata ha presentato in vista delle primarie non contribuisce a fugare le ansie. Sintetico non necessariamente è sinonimo di fumoso, ecumenico, banale. Quello che la senatrice Pinotti ha presentato alle primarie – leggetelo voi stessi – è invece un programma fumoso, ecumenico e banale, più adatto ad una piccola città di provincia che non a Genova, città sì provinciale, ma pur sempre grande e, soprattutto, in cerca di riscatto da un torpore e da una crisi che perdurano da decenni. E’ un programma al contempo “da provincia”, perché nulla dice sulla grande fonte di ricchezza della città – il suo porto, fatto di moli e banchine, ma anche di quelle competenze specialistiche (studi legali, agenzie marittime, brokers, periti navali, cantieristica, ecc ecc) di cui Genova aveva il primato mediterraneo – e provinciale, perché pensa che il “nuovo” passi attraverso scontati (e decontestualizzati) riferimenti al social housing, alle imprese dei creativi (che si son tutti trasferiti a Milano, per inciso), alla green economy, al turismo dei nuovi ricchi provenienti da Mosca e New York, da Pechino e Brasilia (sic). E’ da provincia perché non disegna alcun nuovo scenario per la città, non immagina nulla di diverso, magari anche a costo zero, ma si accontenta solamente di appoggiare quei tenui cambiamenti (edilizi ed infrastrutturali prima che produttivi e sociali) che Genova dovrebbe conoscere nei prossimi anni. E’ provinciale nel suo buonismo multiculturalista, nell’evocare una città all’insegna del miscuglio e della contaminazione, incapace, da una parte, di vedere tutte le contraddizioni del dogma multiculturale e, dall’altra, di spingere sull’integrazione, magari anche attraverso il voto amministrativo agli immigrati.

A fronte di una pagina e più contro la tradizionale litigiosità genovese (di cui lei, però, è la manifestazione più lampante, non solo perché esponente di un partito le cui anime locali sono in guerra perenne ma perché la sua stessa candidatura, contro la sindaco uscente e ricandidatasi, non è stata certo all’insegna del volemose bene) – litigiosità innegabilmente lacerante ma difficilmente superabile con lamentazioni sterili e vagamente moraliste, ancor più se si tratta di un dato storico, quello degli scontri intestini, denunciato già da Dante 700 anni fa – solo poche righe vengono invece dedicate a temi di “peso”, quelli sì davvero cari ai cittadini, in primis la mobilità urbana, sulla quale la candidata pensa di cavarsela con una generica priorità accordata al trasporto pubblico (ma chi mai dice il contrario?). Ebbene, e come l’otteniamo questo primato dei mezzi collettivi sui mezzi privati? Parcheggi d’interscambio? Tasse d’ingresso al centro? corsie preferenziali? completamento della metropolitana? Non è dato saperlo, come non è dato sapere che si ha intenzione di fare con lo (scarso) verde urbano, che i cittadini genovesi, in un sondaggio di qualche anno fa, avevano posto in cima alle loro priorità.

Roberta Pinotti pone l’accento soprattutto sul lavoro, e questo forse è anche giusto per una candidata che viene dal vecchio PCI, rimanendo però ancorata ad una fotografia della città ormai del tutto sbiadita: il lavoro è quello delle grandi maestranze industriali (in una città sostanzialmente deindustrializzata?), di ciò che resta dell’impresa pubblica, dei dipendenti statali ingiustamente denigrati da Brunetta. Tutto legittimo, per carità, se non fosse l’ennesima conferma che il PD tende a considerare soprattutto chi il lavoro ce l’ha già, con tutte le sue belle garanzie, riconoscendo un ruolo chiave allo Stato quale datore di lavoro – nell’impresa e nella pubblica amministrazione. E le migliaia di giovani costrette ad abbandonare la città per mancanza di prospettive professionali? Quelli sono via, alle primarie non votano. E che dire delle municipalizzate, vere e proprie voragini dei conti pubblici locali? Quei lavoratori non si toccano, pur con tutti i privilegi che li riguardano, non ultimo ricevere integrazioni in busta paga indipendentemente dall’andamento – catastrofico – dell’azienda.

A riprova che la senatrice Pinotti ha “poche idee, ma confuse” (Flaiano), il suo desiderio di collocare agli Erzelli, il distretto tecnologico genovese, guardato in città forse con un eccesso di speranza (arriviamo buoni ultimi in materia di new economy), ma pur sempre ottima occasione per il rilancio della città, un polo scolastico di istituti tecnici superiori. In una Genova affamata di spazi produttivi, avrebbe forse più senso collocare altrove una scuola, vista anche la difficile accessibilità degli Erzelli, e lasciare quei terreni a qualche impresa che, si spera, voglia scegliere Genova come propria sede.

Quello di Roberta Pinotti, candidata della discontinuità, è in realtà un programma di continuità con chi ha fatto di Genova una città sempre più declinante, sempre più ripiegata su se stessa, sempre più piccola e marginale, sempre più economicamente parassitaria ed improduttiva, sempre più lontana da standard europei di vivibilità. Un programma conservatore, insomma.

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