fratelli di pregiudizi
Dei miei viaggi in treno su e giù per la Penisola ho già riferito qui e qui. La mia condizione di settentrionale in transito nel Mezzogiorno fa di me il bersaglio privilegiato di quelle conversazioni da scompartimento incentrate sulle differenze tra Nord e Sud, particolarmente care a tanti viaggiatori. L’idea che mi sono fatto è che se in Padania spopolino i pregiudizi sui meridionali cialtroni, improduttivi, sfruttatori dell’operosità del Nord, tutti temi amplificati dalla Lega, a Sud spopolino pregiudizi di segno rovesciato, su un Nord sfruttatore e vessatore la cui ricchezza si debba in larga parte al costante impoverimento del meridione. Sull’onda di popolarissimi libri è convinzione comune che la fine dell’età dell’oro nel Sud coincida con l’Unità d’Italia che non sarebbe stata il compimento di una volontà comune nella Penisola bensì lo strumento in mano ai Savoia per depredare il terzo Stato più ricco d’Europa. Inutile citare dati e statistiche che diano prova dell’incredibile arretratezza del Regno delle Due Sicilie, con indici elevatissimi di analfabetismo, con un’economia pre-moderna, privo di quelle minime libertà politiche concesse invece dagli odiati Savoia. Inutile spiegare che – fatti salvi i tantissimi errori della nostra Unità – la forbice tra Nord e Sud si sarebbe ridotta per quasi cento anni, grossomodo fino agli anni Cinquanta, quando il settentrione si mise a correre in pieno boom e il sud rimase al palo. Inutile dire che, di conseguenza, le responsabilità per il mancato decollo del Sud non vadano addebitate solo ai piemontesi (o alla massoneria, chiamata in causa dai più sofisticati) ma, semmai, anche a scelte un po’ più recenti, ad opera, non poche volte, dei tantissimi uomini politici e di governo che il Sud ha espresso nell’Italia repubblicana. I cui stanziamenti economici in favore del Mezzogiorno non contribuirono in alcun modo a colmare quell’enorme gap che esisteva ben prima dell’Unità tra un Nord in parte industrializzato ed un Sud agricolo, ma semmai servirono prima di tutto a comprare il consenso.
e se non fosse (ancora) la volta buona?
Sono contento a metà, ad essere sincero. Perché se è vero che la candidata voluta dalla sinistra degli affari ha perso, e se è vero che il PD esce dalle primarie genovesi con le ossa rotte, non sono per nulla convinto che il già veneratissimo Marco Doria possa essere la persona giusta. Non tanto la persona giusta per vincere le prossime elezioni, bensì la persona giusta per governare questa città sempre più sclerotizzata, sempre più nelle mani di comitati d’affari, sempre più vecchia e pessimista. Non ho certo paura di Marco Doria perché è un comunista né nutro sospetti verso di lui perché è figlio del marchese rosso e discendente di nobilissima schiatta. A lasciarmi perplesso è semmai il suo entourage, quella fetta di società civile che lo ha eletto a salvatore della patria. Perché in fondo, Doria è il candidato dei salotti e dei movimenti, è l’opzione vincente per l’alta borghesia sinistrorsa e per i nostalgici, per gli armatori letterati e per i portabandiere dell’antipolitica. Se ha ragione Paolo Villaggio – ed io penso abbia ragione – nel ritenere che la morte di Genova vada in larga parte addebitata ad un’alta borghesia egoista, gretta, benpensante e, aggiungerei io, ad un radicalismo esasperato, allergico alle analisi, votato alla protesta lamentosa (che è poi una versione aggiornata del tradizionale mugugno), ho i miei dubbi sul fatto che a vincere sia stato il nuovo. Semmai, una versione melanconica e post-moderna del vecchio, in grado di serrare intellettuali ex organici a giovani scalmanati, signore dei salotti a folkloristici transessuali. Spero di sbagliarmi, spero che Marco Doria sarà bravissimo e – qualora eletto – si dimostri in grado di far piazza pulita di quelle forze che hanno infiacchito questo città bellissima, che ne hanno minato lo sviluppo, che le hanno compromesso il futuro. Dovrebbe però cominciare da chi gli sta attorno, da quegli intellettuali per tutte le stagioni che si trascinano, sempre eguali a se stessi, da 40 e più anni a questa parte; dovrebbe liberarsi di quei professionisti dai nomi prestigiosi, anti-sistema quando si parla di politica ma integratissimi quando si parla di affari, soprattutto dei loro affari. Dovrebbe contenere i professionisti della protesta, gli adoratori dei movimenti, i maniaci della decrescita felice, gli schizofrenici che reclamano sviluppo senza porto, senza strade, senza ferrovie e senza qualche altra decina di cose. E dovrebbe far le pernacchie ad una cricca di gattopardi politici, ieri massacrati alle primarie e oggi già pronti a saltare sul cavallo (forse) vincente.
non lei, vi prego!
Il mio, forse, è anche un pregiudizio, lo ammetto. Ma che Roberta Pinotti possa vincere le primarie genovesi di domenica ed essere, in caso di vittoria alle elezioni, il prossimo sindaco cittadino, m’inquieta non poco. I pregiudizi derivano dalla sua formazione, caposcout, ex catto-comunista ed oggi esponente cittadina dei cattolici democratici, quanto di più lontano possa esserci da me. Intendiamo, io non ho antipatia né per i cattolici né per i democratici: semmai, è proprio l’eredità catto-comunista che mi disturba, quella somma di due chiese, di due dogmatismi, di due mondi quasi del tutto esenti dal benefico vento dello spirito critico. Non meno preoccupante è l’appoggio a Roberta Pinotti da parte dei maggiorenti piddini locali, di quella sinistra degli affari che ha in Claudio Burlando il suo principale riferimento. Se passiamo però dai pregiudizi ai primi giudizi, beh, il sintetico programma che la candidata ha presentato in vista delle primarie non contribuisce a fugare le ansie. Sintetico non necessariamente è sinonimo di fumoso, ecumenico, banale. Quello che la senatrice Pinotti ha presentato alle primarie – leggetelo voi stessi – è invece un programma fumoso, ecumenico e banale, più adatto ad una piccola città di provincia che non a Genova, città sì provinciale, ma pur sempre grande e, soprattutto, in cerca di riscatto da un torpore e da una crisi che perdurano da decenni. E’ un programma al contempo “da provincia”, perché nulla dice sulla grande fonte di ricchezza della città – il suo porto, fatto di moli e banchine, ma anche di quelle competenze specialistiche (studi legali, agenzie marittime, brokers, periti navali, cantieristica, ecc ecc) di cui Genova aveva il primato mediterraneo – e provinciale, perché pensa che il “nuovo” passi attraverso scontati (e decontestualizzati) riferimenti al social housing, alle imprese dei creativi (che si son tutti trasferiti a Milano, per inciso), alla green economy, al turismo dei nuovi ricchi provenienti da Mosca e New York, da Pechino e Brasilia (sic). E’ da provincia perché non disegna alcun nuovo scenario per la città, non immagina nulla di diverso, magari anche a costo zero, ma si accontenta solamente di appoggiare quei tenui cambiamenti (edilizi ed infrastrutturali prima che produttivi e sociali) che Genova dovrebbe conoscere nei prossimi anni. E’ provinciale nel suo buonismo multiculturalista, nell’evocare una città all’insegna del miscuglio e della contaminazione, incapace, da una parte, di vedere tutte le contraddizioni del dogma multiculturale e, dall’altra, di spingere sull’integrazione, magari anche attraverso il voto amministrativo agli immigrati.
A fronte di una pagina e più contro la tradizionale litigiosità genovese (di cui lei, però, è la manifestazione più lampante, non solo perché esponente di un partito le cui anime locali sono in guerra perenne ma perché la sua stessa candidatura, contro la sindaco uscente e ricandidatasi, non è stata certo all’insegna del volemose bene) – litigiosità innegabilmente lacerante ma difficilmente superabile con lamentazioni sterili e vagamente moraliste, ancor più se si tratta di un dato storico, quello degli scontri intestini, denunciato già da Dante 700 anni fa – solo poche righe vengono invece dedicate a temi di “peso”, quelli sì davvero cari ai cittadini, in primis la mobilità urbana, sulla quale la candidata pensa di cavarsela con una generica priorità accordata al trasporto pubblico (ma chi mai dice il contrario?). Ebbene, e come l’otteniamo questo primato dei mezzi collettivi sui mezzi privati? Parcheggi d’interscambio? Tasse d’ingresso al centro? corsie preferenziali? completamento della metropolitana? Non è dato saperlo, come non è dato sapere che si ha intenzione di fare con lo (scarso) verde urbano, che i cittadini genovesi, in un sondaggio di qualche anno fa, avevano posto in cima alle loro priorità.
Roberta Pinotti pone l’accento soprattutto sul lavoro, e questo forse è anche giusto per una candidata che viene dal vecchio PCI, rimanendo però ancorata ad una fotografia della città ormai del tutto sbiadita: il lavoro è quello delle grandi maestranze industriali (in una città sostanzialmente deindustrializzata?), di ciò che resta dell’impresa pubblica, dei dipendenti statali ingiustamente denigrati da Brunetta. Tutto legittimo, per carità, se non fosse l’ennesima conferma che il PD tende a considerare soprattutto chi il lavoro ce l’ha già, con tutte le sue belle garanzie, riconoscendo un ruolo chiave allo Stato quale datore di lavoro – nell’impresa e nella pubblica amministrazione. E le migliaia di giovani costrette ad abbandonare la città per mancanza di prospettive professionali? Quelli sono via, alle primarie non votano. E che dire delle municipalizzate, vere e proprie voragini dei conti pubblici locali? Quei lavoratori non si toccano, pur con tutti i privilegi che li riguardano, non ultimo ricevere integrazioni in busta paga indipendentemente dall’andamento – catastrofico – dell’azienda.
A riprova che la senatrice Pinotti ha “poche idee, ma confuse” (Flaiano), il suo desiderio di collocare agli Erzelli, il distretto tecnologico genovese, guardato in città forse con un eccesso di speranza (arriviamo buoni ultimi in materia di new economy), ma pur sempre ottima occasione per il rilancio della città, un polo scolastico di istituti tecnici superiori. In una Genova affamata di spazi produttivi, avrebbe forse più senso collocare altrove una scuola, vista anche la difficile accessibilità degli Erzelli, e lasciare quei terreni a qualche impresa che, si spera, voglia scegliere Genova come propria sede.
Quello di Roberta Pinotti, candidata della discontinuità, è in realtà un programma di continuità con chi ha fatto di Genova una città sempre più declinante, sempre più ripiegata su se stessa, sempre più piccola e marginale, sempre più economicamente parassitaria ed improduttiva, sempre più lontana da standard europei di vivibilità. Un programma conservatore, insomma.
come non gestire un’emergenza
Per chi, come me, ha passato un’intera notte sul treno, fermo a Termini, mentre a Roma la neve cadeva come sulle Dolomiti, abbandonato a sé stesso, senza annunci, senza comunicazioni, senza riscaldamento (è successo ai passeggeri di un altro vagone), senza coperte, senza viveri, senza che nessuno si sia premurato di informarsi sulle nostre condizioni e soprattutto di farci sapere quando e se saremmo ripartiti, beh, vien proprio da pensare che Trenitalia sia un’azienda di merda. E vien da chiedersi come sia possibile non già che gli scambi della stazione Termini si siano tutti guastati causa congelamento, ma come non si sia previsto in caso di emergenza la distribuzione di viveri, di coperte, l’allestimento di sale riscaldate in quella che è la più grande stazione d’Italia. Non è spirito di vendetta auspicare la caduta di qualche testa: e non certo dei pesci piccoli, di quel capotreno che per sette ore non ha dato neppure un annuncio, che si è rincantucciato chissà dove, che, neppure una volta acclarato che il treno non sarebbe ripartito, alle 7 e più del mattino, non si è premurato di avvertire i passeggeri di scendere e cercare soluzioni alternative. No, visti i molti, troppi casi analoghi al mio, spesso anche più sfortunati, di convogli abbandonati in mezzo al nulla, sotto la neve, senza che i passeggeri avessero alcun servizio di emergenza, vien proprio da pensare che il pesce, in questo caso, puzzi dalla testa. E che sia il momento di gettarlo nella spazzatura.
La Repubblica degli interessi locali
I fatti: alcune importanti associazioni ambientaliste (FAI, Wwf, Italia Nostra, LIPU) pubblicano un appello sui quotidiani nazionali contro la riforma della legge 394 in materia di “enti parco” che porterebbe, tra le altre cose, ad un ridimensionamento nel “governo” dei parchi dei rappresentanti delle associazioni di tutela e del mondo scientifico a favore, invece, di quelli degli enti locali. Favorevole alla revisione della legge è invece Legambiente, non di rado schierata sul fronte opposto a quelle che dovrebbero essere associazioni sue omologhe. A dar conto della divergenza nel fronte ambientalista, un articolo di Giovanni Valentini, l’editorialista di “Repubblica” molto attento ai problemi del territorio, noto però soprattutto per aver tallonato per anni Berlusconi in materia di conflitto d’interessi televisivo. Quello di Valentini è ciò che nelle scuole di giornalismo verrebbe definito un cattivo pezzo: presenta dapprima le ragioni delle associazioni che hanno firmato l’appello; poi, quelle di Legambiente e Federparchi; seguono le (lunghe) dichiarazioni del presidente di Legambiente e di altri esponenti del fronte favorevole alla revisione della legge. Nessuna controreplica insomma, nessuna dichiarazione da parte dei solitamente loquacissimi presidenti onorari di WWF e FAI. La totale sproporzione di spazio assegnato ad un fronte e all’altro andrebbe forse spiegata alla luce del piccolo conflitto d’interessi (niente di penalmente rilevante, intendiamoci!) dell’editorialista che per anni e fino a poco tempo fa, sedeva nelle dirigenza nazionale della Legambiente. Nulla di grave, certamente, ma dal giornale che quotidianamente criticava i servizi del TG1, confezionati ad hoc per favorire la maggioranza, ci si potrebbe aspettare qualcosa di più a livello di correttezza nell’esposizione dei fatti. Ancor più se i fatti non sono del tutto irrilevanti: forse quello di Italia Nostra e del WWF è davvero «un ambientalismo alla Walt Disney, più da giovani marmotte che da moderni ambientalisti», come ha dichiarato Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, ma che il peso crescente accordato ai rappresentanti locali e di settore non susciti alcuna perpressità lascia alquanto stupiti. Soprattutto in un paese nel quale lo scempio urbanistico ed ambientale è andato di pari passo con la delega a provincie e comuni della tutela del territorio. E soprattutto in un paese nel quale già un centinaio di anni fa il grande Giustino Fortunato ammoniva contro la cessione agli interessi locali (per definizione i più corrompibili) delle questioni di rilevanza nazionale. E non si può negare che parchi e paesaggio una qualche rilevanza (nazionale) ce l’abbiano, o dovrebbero comunque averla.
Gioberti, l’uomo nuovo e le code ai gate Ryanair
Certe volte spuntano fuori con destrezza. Altre volte son così goffi e maldestri che è impossibile non accorgersene. Sono i furbi che saltano le code, che cercano di non essere mai gli ultimi, che tentano in ogni modo di passare davanti agli altri. Potrebbe essere argomento da scompartimento in treno o da chiacchiera sull’autobus se non fosse che il rispetto della coda è forse una spia indicativa della capacità di una società ad accettare le regole. Ci ho ripensato ieri, mentre a Ciampino aspettavo il mio volo per Genova: qualcuno sarà stato anche distratto, ma per lo più sono stato superato da uomini in giacca e cravatta che proprio non ce la facevano a sopportare di non aggiudicarsi il posto al finestrino o che, semplicemente, si mostravano allergici al rispetto di quelle file che all’estero nessuno si sognerebbe di mettere in discussione. Bastava guardare gli stranieri in coda dietro di me o quelli con destinazioni europee: tutti in grado di distinguere chi fosse l’ultimo in fila, nessuno dall’aria insofferente e dall’occhio furbo pronto a sgattaiolare avanti alla prima distrazione del vicino di fila. E allora forse le code ai gate Ryanair sono sintomatiche dell’incapacità tutta italiana di accettare qualche piccola regola che invece francesi, olandesi, tedeschi e svedesi difficilmente penserebbero di non rispettare. Sarebbe anzi interessante condurre una ricerca empirica proprio a partire da Ryanair, quella che a tutti gli effetti sta diventando la compagnia di bandiera di un’Europa in movimento e un po’ squattrinata: non è impossibile immaginare che i più riottosi a rispettare le code, i più insofferenti a sedersi in un posto qualunque sull’aereo, i più indifferenti ai dettami di hostess e steward siano i popoli che pagano malvolentieri le tasse, che preferiscono eludere le regole civiche e ai quali, in fondo in fondo, lo Stato impone con scarsa incisività il rispetto della legalità. Perché se è vero che nella società italiana ci si fa quasi un vanto a non rispettare le leggi, la nostra storia è fatta di uno Stato debole e poco incline a sanzionare i trasgressori: già Stendhal, prima che l’unità si compisse, ebbe a dire nelle Promenades dans Rome (1829) che ”la plupart des actes du Gouvernement sont une dèrogation à une règle”. Ben lo sapevano quei padri della patria, da Gioberti a Balbo, da Cavour a D’Azeglio i quali auspicavano, soprattutto, che i futuri italiani introiettassero la legalità e il rispetto delle regole della vita civile. Se così non fu è stato certamente a causa di uno Stato che rimase debole una volta raggiunta l’Unità; ma come sottovalutare il fatto che in troppi, invece che accontentarsi di un popolo almeno in grado di rispettare la legge si aspettavano la nascita di un uomo nuovo, virtuoso e democratico (Mazzini), devoto e caritatevole (per i cattolici), maschio e guerriero (Mussolini), eguale e proletario (per i comunisti)?
Le colpe degli altri
Che le categorie professionali “minacciate” dalle previste liberalizzazioni del governo Monti corrano ai ripari e si difendano è più che legittimo. E’ legittimo che i taxisti scendano in piazza, è legittimo che i farmacisti e gli avvocati pubblichino appelli sui giornali. Battaglie di retroguardia, diremo noi consumatori, null’altro che difesa corporativa dei propri interessi. E tuttavia, i tassisti e i farmacisti parlano chiaro quando dicono che il loro è un lavoro da morti di fame o che il loro settore è già stato ampiamente liberalizzato. Mentono un pochino, ma almeno si oppongono a viso aperto alla messa in discussione del loro status. Non lo stesso si potrebbe dire per gli architetti romani che hanno mandato in rete un appello evasivo, impreciso, farlocco direi. Nel quale negano di voler difendere “sacche di privilegio”, ordini, professioni garantite e rivendicano la centralità dell’architettura nella vita sociale del nostro paese. Tutto questo per scongiurare “le tragedie legate allo sfruttamento irresponsabile del territorio… i paesaggi devastati e lo squallore di tante periferie delle nostre città”. Tutto giustissimo, figuriamoci, ma chi ha contribuito allo sfruttamento irresponsabile del territorio? Chi ha contribuito a devastare paesaggi con edifici di rara bruttezza, spesso totalmente sproporzionati e decontestualizzati? Chi ha progettato periferie-ghetto, falansteri di cemento, quartieri-dormitorio senza un albero ed un prato? I politici ci avranno messo del loro, i geometri e le loro villette squadrato avranno certo giocato la loro parte ma – e questo è il vero dramma italiano – è possibile che le responsabilità siano sempre di qualcun’altro? E’ possibile auto-assolversi sempre e comunque?
Titani addio

E’ stato il senso di fastidio a darmi soddisfazione: partecipare ad un seminario su Junger e sui cantori dell’uomo eroico e titanico e non avvertire alcun fascino per il loro pensiero, per la loro radicale critica della modernità borghese. Non solo non avvertire quel fascino provato un tempo, ma, semmai, sentir nascere un incontenibile moto di fastidio verso l’estremo rifiuto dell’uomo occidentale, dei suoi valori, del suo universo spirituale e materiale. E identificarne come “disumano” il pensiero, sprezzante verso il proprio tempo e verso prassi e simboli delle società liberali e capitaliste e parlamentari alle quali non si sarebbe saputo contrapporre altro che la dittatura. E pensare quanto sia bello, a 30 e più anni, poter denunciare le storture del mondo senza per questo rifugiarsi in quei paradisi titanici e “mitologici” di quando si aveva 20 anni e si viveva più secondo “teorie” che secondo “realtà”.
La smetta di fare gli inchini cazzo!
Ancora sulla questione Concordia.
Finalmente oggi lo abbiamo trovato, eccoci qui: siamo tutti De Falco, paghi, affrancati da quel bisogno profondo di identificazione con l’eroe. “Salga a bordo cazzo”, è espressione già destinata ad entrare nel nostro vocabolario idiomatico e ad alleggerire le nostre tensioni morali. E’ vero, dico sul serio, De Falco siamo noi, l’Italia siamo noi: l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, l’Italia che in è in mezzo al mare, l’Italia che non ha paura. Io l’ho ascoltata due volte la telefonata di De Falco e mi ha sinceramente ispirato. Ma Schettino, Schettino chi è? Ovviamente è l’epifenomeno, ci sono dubbi in proposito? ma l’Italia siamo sempre noi, l’Italia dimenticata e da dimenticare, l’Italia metà dovere e metà fortuna.
E così, sempre in cerca dell’uomo forte – cronicamente incapaci di guardare ai sistemi – crediamo che gli iceberg siano fatti di sole punte. Risultato: l’unica riflessione che era veramente necessaria, io l’ho trovata solo in fondo, in fondo, in un articolo sperso fra i meandri di La Repubblica:
Si è scoperto così che quel passaggio così vicino all’isola del Giglio era un omaggio all’ex comandante della Costa Concordia Mario Palombo ed al maitre della nave che è dell’isola del Giglio. Si è scoperto anche che per ben 52 volte all’anno quella nave aveva fatto gli “inchini”. Inchini che fino all’altro giorno, fino a prova contraria, erano stati tollerati: nessuno fino ad allora aveva mai chiesto conto e ragione ai comandanti di quelle navi. Nessuno aveva cercato di capire perché passassero così vicini alla costa dove per legge è anche vietato (se una piccola imbarcazione sosta a meno di 500 metri dalle coste, se beccata dalle forze dell’ordine, viene multata perché vietato). Figuriamoci se a un bestione come la Costa Concordia è consentito “passeggiare” in mezzo al mare a 150-200 metri dalla costa. Il comandante Schettino, come confermano le indagini e le conversazioni radio con la capitaneria di porto di Livorno, ha fatto errori su errori, ma nessuno prima gli ha vietato di avvicinarsi troppo all’isola del Giglio. Quando si è incagliata era troppo tardi.
Da quello che ho letto a me sembra che gli attacchi fatti al personale di bordo siano immotivati, o meglio si spieghino benissimo nella logica del profilo psicologico del crocerista: qualcuno che per la propria vacanza ha appaltato il proprio arbitrio ad un’agenzia totalizzante. Quella è gente che si lamenterebbe comunque, in ogni situazione. Ho sentito la testimonianza di un naufrago che dalla banchina si lamentava acidamente che non sono state distribuite bevande calde al porto, un altro che diceva che nella lancia da 100 persone erano in 130 (ma li ha contati? e poi lui di quei 30 che ne avrebbe fatto? buttati a mare per stare comodo in nel tragitto di 150 metri fino alla costa?).
Alcune testimonianze dell’equipaggio:
“Il disordine accade anche perché i passeggeri stessi quando c’è l’esercitazione di abbandono nave sono intenti a filmare, a ridere, scherzare o a non presentarsi, invece di ascoltare attentamente cosa viene detto.”
“Abbiamo tirato su in lancia un sacco di ospiti che erano finiti in mare, e mentre spogliavamo una ragazza bagnata per coprirla con la coperta termica, un ospite ci faceva un filmino con il telefonino. Noi ci siamo adoperati per gli ospiti, per salvarli, portarli in sicurezza, se sono salvi, è merito solo nostro, di tutto l’equipaggio, che ha fatto di tutto”
“Abbiamo lanciato un salvagente in mare, e mentre tiravamo su un altro passeggero, io con la corda legata al polso per fare forza, e tirare su, un signore ci faceva la foto. Abbiamo dovuto gestire un branco di pecoroni allo sbaraglio, e poi vengono a dire che noi siamo stati incompetenti”.
Non so a voi, ma questi racconti non mi stupiscono minimamente e sicuramente “pecoroni” è un termine calzante (anche se sono gli stessi pecoroni che pagano lo stipendio ai dipendenti della Costa, quindi non è comunque educato sputare sul piatto…).
Ma la vera tragedia, in realtà, è il concetto di crociera in sè. Ogni vacanza in crociera è una tragedia, con o senza naufragio. E’ lo scoglio su cui naufraga la salute mentale del turista e ne va scoraggiato l’uso, come per il tabacco o l’alcool.
